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SUONI
E SOPRATTUTTO, COLORI…
ALLA
SCOPERTA DI UNA DELLE NAZIONI PIU' INTERESSANTI DEL CONTINENTE
AFRICANO.
(tratto dalla guida
viaggi "Marco Polo" la rivista del turismo intelligente)
Questa avventura sulle
polverose strade del Senegal vi porterà dalle coste, dove
imperversa l'oceano, fino alle savane, le foreste baobab,
i deserti e i parchi naturali dell'interno, in uno scenario
naturale che cambia continuamente davanti agli occhi del
viaggiatore. Oltre alla sua natura, il Senegal ha da offrire
un'incredibile umanità che da sempre contraddistingue i
paesi africani: basta avere voglia di immergersi nella moltitudine
di un vociante mercatino di paese, per scoprire un mondo
fatto di abili artigiani creatori di manifatture preziose
e stoffe dai colori sgargianti, di bambini e di tantissimi
altri personaggi indimenticabili.
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Per vedere il vero volto di questo paese dovrete
però abbandonare, quando ciò sia possibile, le strade principali
e inoltrarvi nell'interno. Su questi percorsi si incontra l'Africa
vera, quella dei villaggi poveri ma puliti, della gente umile ma
ricca di dignità, sempre pronta a regalare un sorriso. Nelle città,
invece, la maschera del progresso ha portato asfalto, palazzi, traffico,
ma anche degrado e povertà; qui, il sorriso è sempre accompagnato
da una mano tesa a chiedere un gadget, soldi, qualsiasi cosa, e
la folla vociante di persone che osservano, salutano e chiedono
sarà sempre intorno a voi. Dal fascino inquieto dell'isola di Goree,
ultima-residenza degli schiavi in attesa di essere deportati in
America, al traffico caotico di Dakar; dai panorami sconfinati del
Shael alle lagune del Saloum, le strade di questo paese vi regaleranno
davvero tante emozioni, profumi, suoni e soprattutto colori, che
la gente del Senegal indossa ogni giorno e che, al vostro ritorno,
porterete sempre dentro di voi.
L'ESTRANEO
E' UN DONO DEL CIELO
APPUNTI SULLA STORIA DELL'AFRICA E DELL'UMANITÀ
sintesi dall'intervento tenuto da Joseph Ki Zerbo, uno dei
più grandi intellettuali africani, a Roma, l'undici settembre
2002.
(da "Chiama l'Africa news" chiamafrica@domeus.it) |
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Spero che dopo che avrò parlato non sarò più uno straniero e avrò
dato e ricevuto qualche cosa. Mi piace considerare l'Africa come
un discorso, perché questo mi ricorda la forza, l'energia, la ricchezza
che sono nella parola creatrice, nel verbo. E se l'Africa è come
un discorso che è stato scritto dai nostri antenati, dobbiamo sapere
che la storia non è terminata, che il discorso va proseguito. (...)
Un momento decisivo nella storia dell'umanità fu quello in cui l'uomo
assunse la posizione eretta, e ciò è avvenuto in Africa.
Questa tappa dell'evoluzione è considerata come un inizio di liberazione
dell'uomo. Infatti prima di allora l'uomo era costretto a dedicarsi
completamente al presente. Ma dal momento in cui ha assunto la posizione
eretta ha potuto finalmente utilizzare le sue mani, e attraverso
di esse iniziare la sua civilizzazione. Nel frattempo la parte inferiore
del cranio ha assunto dimensioni più piccole dando spazio all'encefalo,
che si è accresciuto, ed egli ha imparato a guardare altrettanto
bene davanti e dietro di sé, cioè a contemplare il suo passato e
a prevedere il suo avvenire. (...) Questa storia non è di nostra
proprietà, è di proprietà del mondo. Essa è in accordo con la concezione
africana della proprietà, che non è fondata soltanto sulla dimensione
del presente, ma evoca gli antenati - per esempio con la concezione
della terra che appartiene agli avi - e contempla ancora di più
i discendenti, i figli, ai quali viene trasmessa.
lo penso che ciò che ci interessa oggi della storia è proprio questa
capacità di reinvestire il passato nel presente e nell'avvenire.
Non per riprodurre la storia in maniera meccanica e robotica, non
per dare vita a dei cloni delle società africane di un tempo, ma
per fondarci credibilmente sulle nostre proprie radici, senza esserne
schiavi. Ho appena terminato di scrivere un saggio dal titolo "Storia
critica dell'Africa nera" - inserito nell'opera più vasta "Storia
critica dell'umanità" - il cui scopo è quello di determinare i periodi
di rottura e i periodi di ascesa della storia africana.
Non vogliamo coltivare la recriminazione e l'odio, ma rifondarci
e ritrovare la nostra identità. Nella storia africana - come in
quella europea - ci sono stati dei periodi di ascesa e di sviluppo,
così come periodi di decadenza, a volte infernale. Ma questi periodi
di rottura erano i nostri.
Per centinaia di migliaia di anni, fino al XV secolo, l'Africa -
anche quella sahariana - si è evoluta, tanto da essere alla pari
con le civiltà di altri continenti, o addirittura alla loro testa.
II termine "preistoria", inventato dai miei colleghi europei, non
è esatto. lo non lo accetto. Esso si basa sul presupposto che fino
a che un fatto non è riportato per iscritto esso non può essere
considerato come un fatto storico, ma preistorico. lo preferisco
definirlo protostorico. Dal momento in cui c'è l'uomo c'è storia.
Non c'è motivo per considerare preistoria il momento in cui l'umanità
ha inventato la parola, l'arte, la religione, l'agricoltura. E'
ridicolo. Dovremmo dire che tutti i popoli che ancora oggi sono
analfabeti e che non hanno una cultura scritta sono dei popoli preistorici,
e questo non ha senso. In Africa ha dunque avuto inizio la storia
dell'umanità, che è poi proseguita nell'antico Egitto, nella cui
civiltà ritroviamo molti elementi religiosi e della struttura sociale
propri dell'Africa nera. L'Africa ha continuato a svilupparsi fino
al XIV-XV secolo. In questo periodo alcuni grandi imperi africani
potevano rivaleggiare con l'Europa.
Le statistiche dimostrano che le capitali dell'impero del Mali e
del Ghana erano più popolate di quanto lo fosse Londra nello stesso
periodo. Ho condotto personalmente una ricerca sulla densità della
popolazione scolastica in quei tempi nella regione: tra i cittadini
liberi l'insegnamento primario era più diffuso di quanto non lo
fosse in Europa nello stesso periodo. Vi invito di approfondire
questo argomento nella mia "Storia dell'Africa nera".
Non è per non parlare degli orrori, ma in Africa esistevano molti
fattori positivi di sviluppo in ogni campo (...). I miei ascoltatori
si stupiscono sempre quando racconto che l'inno nazionale del Mali
di oggi è un antico canto del XIII secolo intonato dalla madre di
Sundiata, un ragazzo handicappato. Per riscattare l'onore della
madre, derisa dalle altre donne del villaggio, Sundiata si ripropose
di drizzarsi e di camminare correttamente e quando riuscì a farlo,
sorreggendosi al bastone che la madre gli aveva donato, ella intonò
un canto, che oggi, dopo sette secoli, è ancora importantissimo,
tanto da essere l'inno nazionale del Mali. Si tratta di una narrazione
in cui il mito si unisce alla storia. Anche l'Africa dunque ha avuto
l'idea di reinvestire il passato nel presente per il futuro.
Personalmente ho la sensazione che una delle cause interne del rallentamento
dello sviluppo in Africa sia da ricercarsi nella disponibilità di
spazi immensi; quando all'interno delle società nascevano dei contrasti
essi venivano risolti con la partenza di coloro che erano in minoranza.
Questa soluzione era favorita dalla certezza che dovunque fossero
andati avrebbero trovato una terra e che avrebbero avuto diritto
al territorio su cui si fossero insediati.
Tutti gli "stranieri" che arrivavano avevano diritto al suolo, poiché
non esisteva il concetto di "proprietà privata". La terra era una
proprietà collettiva a disposizione degli autoctoni e degli stranieri.
Dunque i conflitti non venivano risolti con la guerra, ma in maniera
"orizzontale", attraverso l'allontanamento di una parte della comunità
e delle ragioni del contrasto. Al contrario, nella Valle del Nilo
e nell'antico Egitto lo spazio era limitato; qui le contraddizioni
non potevano essere risolte sfruttando le terre circostanti, ma
solo attraverso la guerra, o attraverso le innovazioni tecnologiche,
o ancora attraverso la riorganizzazione sociale. Si è così passati
ad un livello di società superiore a causa dei conflitti e attraverso
i conflitti.
I conflitti africani interni all'Africa sono sempre stati risolti
dagli africani stessi e hanno portato alla configurazione di grandi
realtà sociali e politiche come l'Impero del Mali o l'Impero del
Ghana, così come sono descritti dagli scrittori arabi o dagli stessi
scrittori africani del XV, XVI e XVII secolo. (...) Si trattava
dunque di una regione molto sviluppata dal punto di vista economico,
dove si producevano anche merci con valore aggiunto, come tessuti,
oggetti metallici, vetro.
In alcune importanti città, ad esempio della Nigeria, si produceva
così tanto che l'intera regione fu soprannominata la "Bisanzio nera".
Quando i primi Portoghesi arrivarono in Congo, essi rimasero talmente
impressionati al cospetto del re che lo salutarono e gli resero
omaggio come se si trattasse del proprio re. Sono solito dire che
l'incontro tra Africa ed Europa fu un incontro storicamente mancato,
perché le cose potevano andare ben diversamente.
Quando il re congolese Alfonso chiese dei tecnici europei per l'educazione,
le infrastrutture, le costruzioni, ci si è rifiutati di inviarglieli.
Lui desiderava importare dall'Europa ciò che avrebbe potuto migliorare
la situazione del suo regno, ma gli è stato rifiutato qualsiasi
aiuto, perché in quel periodo iniziava la tratta degli schiavi.
(...)
I quattro secoli di tratta degli schiavi hanno letteralmente bloccato
l'Africa, ma hanno fatto meno danni di quanti ne ha fatti un secolo
di colonizzazione, sia perché a quel punto gli europei disponevano
di mezzi tecnicamente troppo superiori, sia perché si trattò di
una vera e propria sostituzione della civilizzazione africana da
parte di quella europea, in tutti i campi, religioso, politico,
culturale. La tratta degli schiavi rappresentò una profonda ferita
nel corpo dell'Africa, ma il condizionamento fu più marginale, e
il sistema africano restò strutturato secondo la propria tradizione.
Durante la colonizzazione invece l'Africa smise di vivere e di produrre
per se stessa, e il concetto di sviluppo endogeno fu completamente
abolito.
Ha servito gli altri invece di servire se stessa, in vista di un
cambiamento o di un'evoluzione, che avrebbero potuto compiersi,
nel bene o nel male, e che le furono impediti, almeno fino alle
lotte di liberazione, negli anni Sessanta. Le indipendenze furono
in buona parte delle false "liberazioni"; il neocolonialismo ha
infatti sostituito il colonialismo, e ancora oggi non possiamo dire
che il colonialismo è stato sradicato in Africa. Non voglio terminare
in un'ottica afropessimista. L'Europa ha portato molti elementi
positivi: la scienza, la religione, la coscientizzazione, le lingue,
attraverso le quali possiamo attingere all'enorme ricchezza culturale
e intellettuale a livello mondiale. Tutto questo pesa in modo positivo
sul piatto della bilancia.
Ma quello che noi avvertiamo ancora oggi è che per la massa della
popolazione - non per i privilegiati che hanno potuto emergere,
per gli intellettuali, come me, che hanno potuto beneficiare di
questa eredità positiva ma per la stragrande maggioranza della gente,
la bilancia continua a pendere dalla parte negativa.
L'UMANITA'
VIOLATA DELL'AFRICA
"Il liberismo sta distruggendo il "continente nero".
Non soltanto le sue risorse ambientali ed economiche ma anche
le relazioni sociali legate al rapporto con la natura."
di Aminata D. Traore, già ministra della cultura del Mali.
L'articolo è stato scritto in occasione del vertice di
Johannesburg ed è stato pubblicato nell'edizione francese
di "Le Monde diplomatique" (settembre 2002). |
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L'idea che la maggior parte degli africani ha finora avuto del presente
e dell'avvenire era che la morte, inevitabile, fosse tuttavia tollerabile,
purché non mancasse una generazione a sostituire l'altra. Durare
era la possibilità di sopravvivere a se stessi. Nessuna persona
era considerata povera fintanto ne esisteva un'altra su cui la prima
potesse contare. Di qui aveva origine, nelle nostre società, la
decisiva importanza della procreazione: in termini non soltanto
di numero di figli, ma anche e soprattutto di persone - uomini e
donne - di qualità (salute fisica e mentale, socievolezza, moralità)
che prolungano la vita e la rendono perenne.
Si prendeva ogni precauzione per evitare che il fuoco si spegnesse.
L'alleanza con la natura, le diverse forme di solidarietà, erano
la garanzia di questa perennità, ben più forte della capacità di
durare. Con un sacrificio (cola, latte, farina) si implorava il
perdono di un albero che si stava per abbattere, o, prima di arare,
quello della terra che si era in procinto di ferire. I primi raccolti
erano le occasioni di manifestazioni culturali che raccoglievano
la popolazione e ricordavano l'imperiosa necessità di andare d'accordo
con l'ambiente per governarlo. Naturalmente erano forme di esperienza
e di conoscenza di vita che fanno sorridere più di un tecnocrate.
Gli stati postcoloniali si sono convertiti alla loro nuova religione,
piena di promesse. Ma a tanti anni dalle indipendenze aspettiamo
ancora che vengano mantenute. E' magnifico che il continente africano,
a dieci anni dal vertice di Rio, accolga la conferenza mondiale
sullo sviluppo sostenibile nella sua Johannesburg. Ma lo sviluppo,
oltretutto sostenibile, non è che una parolona, una parola d'ordine
in più. Ed è tanto più dubbia poiché si iscrive nella missione "civilizzatrice"
delle potenze coloniali, ma questa volta con l'appoggio e la complicità
dell'èlite locali, che a loro volta, illudono e assoggettano i loro
popoli.
La globalizzazione liberista è il quadro logico di questa ímpostura.
I suoi scacchi e le sue tempeste non scoraggiano, soprattutto una
volta che l'autorevole voce di Joseph Stiglitz, già capo economista
della Banca mondiale e premio Nobel per l'economia ha detto che
"oggi globalizzazione non funziona per i poveri d mondo, come non
funziona per l'ambiente come non funziona per la stabilità dell'economia
mondiale".
L'Africa, più di ogni altro continente, avrebbe dovuto riassestarsi
alla luce di tutto ciò che sappiamo sul sistema economico dominante
e dei mea culpa del Fondo monetario internazionale e Banca mondiale.
Niente. I nostri dirigenti preferiscono perdere la sfida e riempire
il granaio con i dividendi della subordinazione.
Gli investimenti eccessivi, infrastrutture costose e raramente necessarie
che però contribuiscono all'accumulo di debito estero, sono il loro
maggiore interesse. Lo testimonia l'ultima trovata: la Nuova associazione
per lo sviluppo dell'Africa (Nepad). I padri di questo progetto
neoliberista: il più ambizioso mai immaginato dai dirigenti africani,
sono fiduciosi e sereni. E questo nonostante le messe in guardia
da parte di numerose organizzazioni della società africana.
I soci che si sono trovati e che passano avanti ai loro popoli,
come il G8, il Fondo monetario, la banca mondiale, il Wto, non sono
sinceri nelle loro risoluzioni di lotta contro la povertà, o di
protezione dell'ambiente. Le piogge torrenziali che si abbattono
su una parte del nord del pianeta, le siccità e le carestie nell'Africa
australe e che raggiungono ormai l'Africa dell'Ovest, non bastano
a far cambiare idea ai sostenitori del "mercato totale", in particolare
la potentissima amministrazione americana. La sua arroganza non
ha limiti, che si tratti della riparazione per i pregiudizi subiti
dai discendenti di africani deportati come schiavi (conferenza di
Durban), delle sovvenzioni alle esportazioni agricole (vertice di
Roma dell'organizzazione dell'Onu per l'alimentazione e l'agricoltura
- Fao) del finanziamento allo sviluppo (conferenza di Monterrey),
o delle emissioni di gas di serra (protocollo di Kyoto), della corte
penale internazionale, ecc.
Sono piaghe aperte e dolorose quelle causate da oltre quaranta anni
di sviluppo, compresi due decenni di aggiustamento strutturale sotto
la guida dell'Fmi e della Banca mondiale e dieci anni di preteso
sviluppo sostenibile.
Imbarcati, a loro insaputa, in queste strategie, africani e africane
vivono, in grande maggioranza in situazioni di estrema precarietà.
Analfabetismo, mancanza di lavoro, sottoalimentazione, carestie
e malattie continuano, devastanti. Le popolazioni sono tanto più
vulnerabili, quanto i loro riferimenti culturali sono divenuti confusi
o resi inoperanti. E' certo che le popolazioni si sforzano di inventarne
di nuovi, in ogni settore; e resistono come possono, con esiti più
o meno validi.
Il ripiegamento identitario, l'individualismo, il fanatismo, l'esilio,
la violenza, la follia sono, in Africa, altrettanti luoghi di rifugio
per le vittime dello sviluppo e della globalizzazione mercantile.
Le migrazioni che tanto ossessionano le leadership dei paesi ricchi
devono essere rilette alla luce di questa tragedia. Se c'è insicurezza,
essa colpisce soprattutto donne, bambini, lavoratori, contadini,
anziani e handicappati, che continuano a essere maltrattati e impoveriti
in nome dello sviluppo. Gli uomini e le donne partono perché non
sanno più come dare senso alla propria esistenza sulla propria terra.
Nelle zone di partenza (città, quartieri, villaggi) gli africani
privi di fonti di reddito e di mezzi di sussistenza, vivono nel
timore di scomparire fisicamente a causa dell'aumento del prezzo
delle derrate alimentari e della privatizzazione dei servizi pubblici,
soprattutto delle cure sanitarie. I malati che non sono in grado
di pagare sono condannati a morire.
La sopravvivenza deve fare i conti con il lavoro minorile, lo sfruttamento
delle donne, la miseria, la prostituzione (malgrado l'Aids), le
rapine a mano armata... Allo stesso tempo, i legami sociali si sfilacciano,
i punti di riferimento si attenuano e le risorse naturali si rarefanno
ad un ritmo spaventoso.
Le foreste vengono saccheggiate dalle multinazionali per il legno
di costruzione, dalle famiglie povere per il legno da riscaldamento
e come fonte di guadagno. La pressione demografica, a cui il discorso
dominante imputa la responsabilità di questa situazione, è certo
un vincolo notevole, la cui soluzione può e deve tuttavia essere
trovata nell'educazione, soprattutto quella delle donne. Quando
ne va dei loro interessi, i potenti del mondo travestono i mali
del pianeta in soluzioni, confiscano le risorse finanziarie e imbrogliano,
definendo tra loro le regole del gioco.
La fame - che colpisce 800 milioni di persone nel mondo, la maggioranza
delle quali si trova in Africa - lancia oggi più che mai una sfida
ai sostenitori dello sviluppo durevole. La pandemia dell'Aids, che
sta decimando le popolazioni del continente mentre potrebbe essere
arginata, gliene lancia un altra, diretta anche alle élite africane,
che continuano a sbagliare nella scelta dei propri partner.
Cosa ci possiamo aspettare dal vertice di Johannesbourg, in un contesto
internazionale così segnato dall'unilateralismo degli Stati Uniti,
dal doppio linguaggio, dalle esitazioni e dai tradimenti dell'Europa,
dall'onnipresenza, dall'ingerenza e dall'impunità del Fmi e della
Banca mondiale in Africa, dalla corruzione, dalla miopia dei dirigenti
africani e dalla strumentalizzazione dei tentativi di organizzazione
delle società? E' poco probabile che gli stati industrializzati,
devastati dalle conseguenze dell'11 settembre e dalle valanghe di
scandali finanziari di questi ultimi tempi (Enron, Worldcom, Xeros,
Vivendi Universal, e così via) si mostrino più attenti che in passato
ai mali del nostro continente.
Come definire, allora, questa speranza legittima di riacquisire
i nostri diritti economici, politici, sociali e culturali, quando
le parole suonano false? Perché non dare prova di creatività pescando,
nel ricco patrimonio linguistico del continente, concetti che parlano
dell'umano e del suo ambiente e che abbiano senso per i popoli?
Quello dello sviluppo (antinomico alla nozione di durabilità) e
quello della globalizzazione liberale discendono dalla stessa logica
disumanizzante.
Si tratta, per l'Africa, di opporgli principi di vita, oltre a valori
che privilegino l'umano: l'umiltà contro l'arroganza, la comprensione
e la preoccupazione per l'altro, soprattutto nei confronti delle
generazioni future, di fronte alla logica dell'ognuno per sé. Questo
sforzo di creatività compete soprattutto alle organizzazioni delle
società africane.
Sono loro a dover far emergere una massa critica di cittadini e
cittadine che afferrino la vera natura del sistema mondo, e imprimano
all'apertura politica un senso diverso dalla mercificazione dell'Africa.
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MA NOI
CHE IMMAGINE ABBIAMO DELL'AFRICA?
Articolo publicato sul "Il Resto del Carlino"
e "Il Sabato Sera"
Se non quella di bambini che muoiono di fame, quella
di guerre devastanti, di catastrofi e carestie di ogni tipo,
di gente analfabeta e malnutrita, che invade il nostro paese
alla disperata ricerca di un lavoro?
L'immagine che abbiamo dell'Africa è uno strazio, qualche
eccezione viene fatta solo in occasione di qualche documentario
naturalistico, allora gli animali ed i paesaggi la riscattano,
basta togliere la gente e tutto va bene, ma non va bene
per "noi", per lo meno per noi 6 (Nadia: impiegata di 36
anni; Alex mediatore culturale di 40 anni e coordinatore
del progetto ”Jant-Bi” a Pikine Dakar; Francesco musicista
di 20 anni; Padre Federico frate francescano di 58 anni;
Giulia ex insegnante in pensione, ed Edda casalinga sulla
cinquantina) che siamo partiti alla volta del Senegal, paese
quasi totalmente tagliato fuori dai circuiti del turismo
di massa e da cui provengono la maggior parte dei nostri
cosiddetti " Vù Cumprà". Per me questa parte di Africa che
confina con il Mali, la Guinea Bissau ed è attraversata
dallo Stato della Gambia, è stato tutto, fuorchè quel disastro
che ci hanno sempre rifilato e che tutti vogliono sentirsi
raccontare.
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Nadia Luongo (impiegata, 36 anni) Imola, giugno 2001. |
Non ho trovato gente che ciondola, che non sa fare niente o peggio
ancora che non ha voglia di far niente. Ho trovato donne in gambissima,
che si accorporano in associazioni di mutuo soccorso per sostenersi
nei momenti più critici e per aiutarsi nelle necessità più urgenti.
Donne che sanno coltivare la terra e creare fantasiosi Batik, oltre
che occuparsi della propria casa ed allevare bambini stupendi. Donne
fiere e bellissime. Ho visto i loro corpi slanciati, agili, forti,
come scolpiti nell'ebano e incastonato in loro vi era lo spirito
di un guerriero, il loro portamento regale ci ha stregato e ci ha
illuso che la bellezza non potrà mai essere uccisa dalla malattia,
perché ammalarsi in Africa è quasi sempre sinonimo di morte, in
quanto le cure mediche sono economicamente inaccessibili alla stragrande
maggioranza della popolazione.
Una popolazione composta dal 65% di ragazzi al di sotto dei 25 anni:
un'esplosione di energia e di speranza. A tal proposito abbiamo
conosciuto due maestre senegalesi, che come volontarie insegnano
ai bambini della degradata periferia di Dakar in totale assenza
di materiale didattico.
Un'infermiera che cura volontariamente, senza nessuna remunerazione,
le centinaia di abitanti della zona, in un'infermeria sprovvista
anche dell'essenziale. Ragazzi che organizzano tornei di calcio,
scalzi e con il pallone che perde i pezzi per strada, per tirare
sù un po’ di soldi da devolvere al centro culturale e sportivo,
il quale è sempre composto da volontari, impegnati nella divulgazione
di una corretta informazione sulla prevenzione delle malattie infettive
e sessualmente trasmissibili, sul controllo delle nascite, sull'alfabetizzazione,
sulla tossicodipendenza e nell'attività di sostegno, recupero e
aggregazione attraverso i potenti e universali veicoli della musica,
dello sport, della danza tradizionale e dell'arte.
Abbiamo girato dal nord al sud, da Dakar all'entroterra dei villaggi
e tutti, dico tutti i ragazzi sapevano comunicare, oltre che nella
loro lingua, in francese e/o in inglese. Questi ignoranti conoscono
bene, in media, due lingue al di fuori della loro. Questi nulla
facenti che vivono nei villaggi, lavorano sotto un sole che stroncherebbe
Schwarzenegger: dall'alba al tramonto nelle risaie, nei campi di
miglio, nelle colture di arachidi, con zappe di legno e con maceti,
dove solo per andare e tornare dai campi devono coprire distanze
di decine di chilometri a piedi, carichi di armamentari di ogni
tipo. Tutto viene fatto manualmente, perché non ci sono attrezzature
agricole. Ecco che si lavora come bestie per ottenere raccolti che
bastano appena a soddisfare il fabbisogno familiare.
Per questa gente che coltiva e si scambia quei pochi strumenti in
maniera comunitaria, un trattore è visto come un sogno irrealizzabile,
è qualcosa in cui non si può sperare, perché fa troppo male pensarci.
La società civile che ho conosciuto, in questa parte di Africa è
impegnata e organizzata, non aspetta l'aiuto compassionevole e pietoso
come unica fonte di salvezza e di riscatto, ma è piena di dignità,
perché nonostante la precarietà e malgrado le mille difficoltà per
noi inimmaginabili e sinceramente indescrivibili, si attivano e
partecipano anche senza mezzi, al miglioramento delle condizioni
di vita per tutti, trovando le motivazioni per lottare e per proseguire
nella propria opera.
Conoscendo queste persone è impossibile credere che siano
degli individui incapaci, che abbiano bisogno di essere assistiti
e guidati, ma piuttosto delle personeche hanno solo bisogno di essere
assistiti e guidati, ma piuttosto delle persone che hanno solo bisogno
di rimettersi in piedi per poter camminare con le proprie gambe.
Soprattutto bisogna apprezzare il loro sforzo essendo coscienti
del loro passato e del loro presente, tenendo conto ad esempio,
che l'Africa è un continente volutamente tagliato fuori dai
circuiti internazionali. L'Africa ha tutto, anzi tutto di tutto,
risorse minerarie e naturalistiche gigantesche. L'Africa è intenzionalmente
estromessa, emarginata dall'economia, è perciò un continente che
non esiste, s+ non per essere usato e sfruttato oggi, perché non
è più possibile depredarla con l'oppressione e l'occupazione del
colonialismo di ieri. ECco perché giustamente si parla di neocolonialismo.
Infatti la memoria di un popolo è "l'anima storica' che andrebbe
tenuta sempre viva e presente quando ci si reca in un luogo per
viveri esperienze a contatto con la popolazione e che non è certo
la prima preoccupazione di chi va in un altro paese per cercare
paesaggi emozioni, esotismo e folklore.
Sono convinta comunque che si può "viaggiare" (parola che in questo
contesto significa andare verso gli altri), anche con un altro spirito
e con altre motivazioni, cioè cercando le persone nella foro quotidianità,
cercando un rapporto autentico, basato sulla dignità ed il rispetto
reciproco, aprendosi alle diversità, all'assenza di comodità e rinunciando
anche alle proprie abitudini e ai propri svaghi, se questo concorre
a rispettare l'altro.
Mi viene in mente il caso del campo da golf, adiacente alla baraccopoli
di Korogocho a Nairobi (Kenia), che per essere annaffiato tutti
giorni, così da garantire un bel prato verde, morbido e rigoglioso
ai turisti con la passione del golf, ospiti dell'albergo del caso,
toglie l'acqua ad un agglomerato di due milioni di persone, le quali
sono così costrette a doverla comprare, ma ovviamente guadagnando
meno di un solo dollaro al giorno, cosa volete che facciano? Fanno
senza! Eccezion fatta per i fortunati e per i ladri. Ebbene, com'è
possibile in tutta coscienza prestarsi a tutto ciò? E dico prestarsi
non a caso, perché si puoi anche dire di no!
Si possono cercare altri percorsi, più umani, più rispettosi della
dignità dell'uomo, più autentici, dove il viaggio non diventa una
fuga, un'evasione dalla realtà, un mezzo mirato solo a dimenticare
tutto, una corsa verso l'oblio, ma diventa lo strumento che ti regala
un'altra dimensione della realtà e cioè quella dell'Essere Umano.
Il problema allora che ci si deve porre è sì, in realtà complesso
e come tale va lasciato ad una intima riflessione personale, ma
è sostanzialmente Uno e cioè, se ci interessa l'Umanità.
Se ci interessa, non si può restare turisti punto e basta, ma si
può essere viaggiatori o 'turisti responsabili', ciò significa principalmente,
diventare consapevoli delle conseguenze del proprio comportamento.
Alla luce di tutto ciò, cosa significa allora "turismo responsabile"?
Esiste un modo di viaggiare la cui prima caratteristica è la consapevolezza:
di sé e delle proprie azioni, anche quando si compra un semplice
biglietto, si sceglie un regalo o un hotel; significa anche essere
a conoscenza della realtà sociale, culturale, economica ed ambientale
dei paesi di destinazione.
Un viaggiare etico e consapevoe che va incontro ai paesi visitati,
alla gente e alla natura con rispetto e disponibilità. Un turismo
che sceglie di non avallare distruzione e sfruttamento, ma si fa
portatore di quei principi universali, quali equità, sostenibilità
e tolleranza.
LAGO
ROSA
il duro lavoro
dell'estrazione del sale
tratto da "Afriche"
di Virginia Tiziana Bruzzone Giugno 2004. |
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Il lago Retba, più conosciuto come lago Rosa dal
colore delle sue acque, è una depressione salmastra che si estende
per circa 10 chilometri lungo la costa settentrionale del Senegal,
separato dall'Oceano Atlantico da grandi dune di sabbia. Situato
a circa 30 chilometri da Dakar, il lago fa parte della Comunità
rurale di Sangalkam nel Dipartimento di Rufisque, Regione di Dakar.
Ci si arriva attraversando la vasta periferia della capitale in
direzione NordEst oppure da Rufisque verso Nord-Ovest. I due itinerari,
pur non essendo così distanti l'uno dall'altro, offrono all'osservatore
attento paesaggi diversi, modellati dall'attività umana che li
trasforma secondo le proprie esigenze di utilizzo del territorio.
La configurazione socio-spaziale della banlieu è di un agglomerato
urbano ad altissima densità demografica ed in piena espansione,
dove le costruzioni, finanziate in gran parte dagli immigrati,
si moltiplicano in maniera disordinata, le infrastrutture sono
insufficienti, la mendicità invadente. Dopo l'ospedale tradizionale
di Keur Massar, il villaggio di Niaga wolof, il maneggio Ibra
Deguen Tanor, i camping turistici (Kér Kanni, Les Jardins du lac,
Chez Salim), la Villa du lac Rose - unico rifugio per animali
abbandonati esistente in Senegal aperto da un italiano e sua moglie-
e il villaggio di artigiani-artisti provenienti da Pikine, si
arriva alle collinette di sale splendente, concentrate su questo
lato del lago. Piroghe silenziose sulle acque violette, donne
dai foulard colorati che scaricano vaschette di sale, uomini che
contrattano, bambini che raccolgono il fiore del sale,' ragazzi
del luogo che seguono i turisti proponendo loro spiegazioni, visite
guidate e acquisti di quadretti fatti con la sabbia, di collane
di conchiglie, di maschere di legno.
UN ECOSISTEMA IN PERICOLO Tra i fattori naturali che influenzano
il degrado ambientale, la siccità è indubbiamente all'origine
della modificazione di questo fragile ecosistema. Gli anziani
raccontano che fino agli anni '60 il lago era pieno d'acqua e
il contatto diretto a Nord-Est con gli stagni di Yandhal e di
Thior. Tutt'intorno e fino al lago Mbaouane vi erano cocchi, datteri
del Senegal, fichi, palissandri, borassi, canne, palme e manghi,
papaie, limoni, guaiave. In caso di carestia, i dintorni dei due
laghi erano considerati zona di rifugio. Vi vivevano scoiattoli,
antilopi, pitoni, coccodrilli, pellicani e pesci. Ancora nel '78,
a Nord-Est del lago Rosa, fu ritrovato un esemplare di wass, una
specie che vive nelle acque salmastre e che tollera salinità elevate.
LA SUPERFICIE DEL LAGO SI RIDUCE Dal 1968 al 2002, il deficit
pluviometrico si andò accentuando con punte estreme negli anni
1972-73 e 1983-84 e con conseguente prosciugamento di alcuni pozzi
e riduzione della superficie del lago, alimentato dal processo
di restituzione delle acque sotterranee. Ciò che oggi impedisce
al lago di estinguersi completamente è l'importante tenore in
sale sciolto nelle sue acque che attenua l'effetto dell'evaporazione.
L'azione morfodinamica dei venti, invece, ricopre tutto di uno
strato spesso di sabbia fine e leggera che seppellisce alcuni
punti d'acqua temporanei. Il fronte dunario avanza in direzione
del lago di circa 7 metri l'anno, spinto e rimodellato dal vento
violento del litorale, la cui intensità è stata fortemente attenuata
dai rimboscamenti intrapresi nella zona già all'epoca coloniale.
BISOGNI UMANI E RISORSE NATURALI L'uomo concorre, infine,
alla salinizzazione del suolo e delle acque, poiché l'intensificazione
dell'orticoltura ha comportato un aumento del consumo d'acqua
dolce, e favorisce sia la riduzione del volume lacustre con l'estrazione
del sale che la distruzione del mantello vegetale con il passaggio
incessante dei veicoli turistici, l'arrivo della corsa Parigi/Dakar,
la costruzione di camping e la transumanza delle mandrie bovine,
fortunatamente in via di sparizione in queste zone grazie alla
sedentarizzazione dei pastori peul. Si sono estinti i borassi,
il cui legno è stato utilizzato per le attività recenti collegate
al turismo (costruzioni, artigianato), mentre i filao, frangivento
necessari alla fissazione delle dune, risultano sempre più danneggiati.
Bisogni umani crescenti si scontrano a risorse naturali in costante
diminuzione da preservare. I decreti che razionalizzano l'utilizzazione
dell'acqua dolce (interdizione di perforazione di nuovi pozzi
nelle regioni di Dakar e di Thiès, n° 006/24 Aprile 1986) e disciplinano
l'estrazione del sale (produzione fissata a 12.000 tonnellate
l'anno e proibizione dell'uso di piroghe, n°3018/ MEPN/D.Env./3
Luglio 1990) non sono applicati.
·UNA FORTE DOMANDA DI VIVERI La prossimità dei centri urbani
di Dakar e di Thiès con la loro forte domanda di viveri spiega
sia l'intensificazione delle colture (entrate annuali per più
di nove miliardi di F CFA di cui due miliardi solo per i 737 ettari
in prossimità del lago Rosa) e lo sfruttamento della falda sotterranea
per l'irrigazione, sia la salina abusiva del lago. La recente
apertura a Pikine di una fabbrica per la frantumazione del sale
è in relazione con lo sviluppo dell'attività di estrazione. Fino
a pochi anni fa, infatti, il sale grosso era trasportato alla
fabbrica di Diourbel e da lì inviato sui mercati nazionali e stranieri.
Gli interessi dei vari attori si scontrano: lo Stato preoccupato
di portare avanti una politica di preservazione ambientale secondo
gli accordi internazionali ratificati (Conferenza di Stoccolma
nel 1972, Convenzione di Rio de Janeiro nel 1992), le popolazioni
locali confrontate ad un problema di sopravvivenza, i commercianti
mossi solo dal senso degli affari. Certo è che la salvaguardia
del sistema eco-lacustre significa anche preservazione delle risorse
da esso dipendenti. L'evidenza del degrado ambientale e campagne
di sensibilizzazione dei residenti ha dato vita a diversi progetti
di rimboscamento.
RIDURRE L'EFFETTO DEI VENTI Le dune del litorale nord-ovest
sono state in parte fissate nel '55, nel '69 e nel '72 grazie
ad un perimetro di circa 20.000 ettari piantato a filao, albero
che resiste al forte vento della costa ed alle variazioni pluviometriche,
che cresce velocemente e vive circa 40 anni. Gli abitanti, aiutati
dalle strutture non governamentali che hanno fornito piante e
assistenza tecnica, hanno potuto piantare eucalipti e filao, oltre
a sistemare siepi per proteggere campi e giardini ortofrutticoli
(progetti dell'ONG senegalese ENDA Pronat, della cooperazione
americana USAID e di quella canadese ACDI). L'effetto dell'azione
eolica è stato così in parte ridotto, il suolo fertile protetto
dall'asporto di materia organica, le giovani piante salvate dall'insabbiamento,
le attività di orticultura preservate. Mentre i filao fungono
da frangivento, gli eucalipti forniscono legna da ardere e da
lavorare, e foglie da utilizzare nella farmacopea. Solo il rispetto
dell'equilibrio ecologico di questo sito di bellezza singolare
è garanzia di una riuscita economica per le popolazioni locali.
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L'estrazione del sale
L'estrazione del sale data dagli inizi degli anni '80. Di
tipo individuale familiare, questa attività non è sottoposta
ad alcuna regolamentazione pratica. Nel 1989, la Commissione
interministeriale per il lago Retba, al fine preservarne
l'equilibrio ecologico, aveva fissato, con decreto presidenziale
a 12.000 tonnellate la quantità di sale estraibile annualmente.
Da decenni erano sfruttate le saline a Saint-Luois, Fatick,
joal Palmarin, da dove il sale raggiungeva Dakar, la Guinea,
il Niger, il Sudan, la Costa d'Avorio.
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COME VIENE ESTRATTO IL SALE Dal 1995,
l'estrazione del sale dal lago Rosa ha raggiunto le 110.000
tonnellate per un giro d'affari di circa tre miliardi di
F CFA di cui solo 1/1 interessa i salinai. Chiunque può
diventare salinaio. Non ci sono imposte né sull'attività
di estrazione né sulla commercializzazione. Bisogna solo
equipaggiarsi di scarpe di plastica, un cappello, un bidoncino
riempito di acqua da bere, una pala ed un setaccio. Si affitta
una piroga per cinque vaschette di sale da 30 chili, poi
ci si addentra nel lago con l'aiuto di una pertica. Ci si
spalma il corpo di burro di karité e si scende in acqua.
Non è necessario saper nuotare, l'acqua arriva alla vita
o alle ascelle e la forte salinità mantiene a galla. Con
la pala si rompe la crosta del fondo e si tirano su i pezzi,
si riempie il setaccio appeso al collo con una corda e poi
si versa il sale raccolto e sciacquato nella piroga. Dopo
quattro o cinque ore di lavoro intenso si torna a riva con
un carico di una tonnellata. Le donne, sedute sulle collinette
di sale, arrivano con le loro vaschette di plastica colorata
e aiutano a scaricare; ricevono in cambio quattro o cinque
vaschette da 30 chili di sale grezzo. Il resto è per il
salinaio.
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PULIZIA DEL SALE GREZZO E CONFEZIONE
Il sale grezzo, grigio appena uscito dall'acqua, viene ammassato
in collinette e lasciato al sole per due o tre giorni affinché
diventi ben bianco. Le donne lo setacciano e lo puliscono
dalle impurità argillose rigettate nel lago, poi viene spruzzato
di iodio e messo in sacchi da 25 chili. Viene commercializzato
sul posto a cinque F CFA al chilo (1 Euro = 655,957 F CFA),
ma il prezzo varia secondo il periodo stagionale. Esso scende
durante l'hivernage a causa delle piogge che possono sciogliere
rapidamente il sale ammassato sulla riva, per cui è meglio
non aspettare a venderlo, ma sale subito dopo quando, a
causa dell'apporto d'acqua dolce, ce n'è di meno. In città,
il sale sarà rivenduto all'ingrosso da 15 a 25 CFA al Kg,
nelle boutiques a 25 CFA il sacchetto. Un comitato di vendita
formato da soli uomini si occupa delle relazioni con i grossi
clienti, le donne vendono ai piccoli commercianti, ai conciatori,
a chi fa essiccare i pesci. Con i soldi ricavati, esse partecipano
alle spese familiari, soprattutto si occupano della scolarizzazione
dei bambini.
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UN LAVORO IMPEGNATIVO I residenti
dei villaggi circostanti che lavorano al lago arrivano al
mattino verso le sette, fanno una pausa all'ora di pranzo
e riprendono il lavoro fino alle quindici. A volte le donne
continuano a setacciare fino alle diciassette, poi, quando
rincasano, mangiano e si riposano lasciando alle figlie
maggiori il compito di accudire alle faccende domestiche.
Si lavora anche durante il mese di digiuno di Ramadan o
la Quaresima, ma non i giorni delle grandi feste come la
Korité, la Tabaski, Pasqua e Natale. Gli uomini possono
cominciare quest'attività all'età di quindici anni, le donne
a quella di dodici. Un tempo, le donne annodavano l'una
con l'altra i lembi dei loro pagne ed entravano in acqua
tutte insieme con pale e setacci, poi un giorno le cose
cambiarono. Arrivarono gli uomini e le piroghe. La pelle
si rovina, si riempie di piaghe che cicatrizzano difficilmente
e gli occhi si ammalano alcuni portano degli occhiali scuri
per evitare la congiuntivite. Il sale non è pericoloso per
la fecondità, ma la donna incinta non può lavorare al lago
poiché il forte dispendio di energie causerebbe l'aborto.
Gli uomini che lavorano alla salina soffrono comunque di
pressione alta e di insufficienza renale, disfunzioni da
non sottovalutare per la donna sposata in età feconda che
sarebbe esposta all'aborto naturale.
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L' ESTRAZIONE E COMMERCI PARALLELI
L'acqua dei pozzi non si può bere. Ogni giorno un carretto
porta da Niague wolof dei bidoncini da 20 litri d'acqua
potabile a 1 C F CFA. Cibo e medicine sono acquistati a
Niague wolof dove si arriva a piedi, oppure a Keur Massar
dove è possibile consultare guaritori tradizionali per la
modica spesa di 1000 F CFA. Recentemente un Peul Fuuta (Guinea)
ha abbandonato il lavoro del sale ed ha aperto i chiosco
che vende prodotti confezionati, pane e frutta. Una donna
peul prepara il riso di mezzogiorno che vende a 250 F CFA
il piatto facendo concorrenza alle donne wolof di Niaga
che hanno avviato l'attività ristorazione; un'altra compra
il carbone in un villaggio vicino e lo rivende al donne
del luogo a 120 F CFA la busta. Nessuno resta con le mani
in mano. Anche i bambini, costretti ad imparare presto le
strategie della sopravvivenza, corrono dietro ai turisti
chiedendo biscotti, tangal " caramelle " e penne. Un breve
sopralluogo alle colline di sale, qualche fotografia, poi
i pullman; chiudono le porte sulla povertà, fanno il giro
del lago e si fermano sulla sponda settentrionale, al bar
di un Sudafricano, ai piedi delle dune e dei filao. Da questa
parte è anche possibile fare il bagno per poi immergersi
immediatamente in una delle pozze d'acqua dolce che affiora
dalla sabbie A Niaga peul, " Chez Salim ", camping gestito
da giovani Peul figli di pastori nomadi sedentarizzati,
si puo' trascorrere la notte ascoltando ritmi della tradizione
hal-pulaar e osservare una seduta di geomanzia. Il fascino
del lago attira ogni anno migliaia di turisti per un volume
d'affari di un miliardo e mezzo di CFA, ma turisti e salinai
non sanno che il lago ha un cuore affaticato. Assetato,
minacciato dalle dune e aggredito dall'uomo, il lago tende
a restringersi e a causa del processo di degrado a cui è
sottoposto, potrebbe anche perdere il suo bel color rosa.
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LA STORIA DEL VECCHIO GOROM NDOYE Gorom Ndoye è un vecchio
contadino alto e magro, con un bubu a righe bianche e blu ed un
cappello di lana marrone in testa, la stretta di mano decisa.
E' una persona piacevole, sorridente, si scusa di non parlare
bene francese. Il silenzio cala per un istante, poi la voce pacata
del vecchio ripercorre la storia.
"Mi chiamo Gorom Ndoye. Ho 93 anni. Sono il fratello maggiore
di Ablaye Ndoye che ha preso moglie nella famiglia di Adja Séynabou
Diagne, detta Yaay Lék, la sacerdotessa di Nlaam Kumba Lamba,
il tuur (spirito) protettore di Tengéedj (Rufisque). La sua parente
Abeye Ndoye, fu la prima persona a preparare il laax (farina di
miglio cotta, zuccherata e cosparsa di latte cagliato che si cucina
in grandi occasioni) a Déni. Venivano dal villaggio Lebu di Gorom.
Erano Xagaan (clan matrilineare). Il lago che noi Lebu chiamiamo
Ya Ndal era più grande e pieno di waas. Una linea verticale rosa
divideva in due parti: a sinistra prendevamo il sale e pescavamo,
a destra le acque erano vietate agli uomini. Il sale veniva estratto
ogni quindici anni e il villaggio intero partecipava all'operazione.
Un rab (spirito) viveva in un baoh sulla riva. Periodicamente
il rab doveva essere propiziato. Si organizzavano dei tuuru (rituali)
durante i quali le donne del clan matrilineare Wan entravano in
acqua, riempivano tre recipienti di sale e li versavano ai piedi
dell'albero. Tutto il lago diventava immediatamente accessibile
agli abitano del villaggio, tranne al gewel (griot). Se esso avesse
osato toccare le acque del lago, si sarebbe sollevato un forte
vento devastatore. I Naar (Mau venivano a comprare il sale che
scambiavano all'interno del paese con il miglio. A Dakar, vendevamo
il pesce e le pelli di coccodrillo. Facemmo l'ultima estrazione
nel 1942. Poi non ci fu più sale. Il rab se ne andò. Negli anni
'70 il sale è tornato, il lago è diventato rosa. Una donna del
Cayor, Sokh Fall Khouma, sposata con un lebu, Souleymane Faye,
cominciò l'estrazione del sale con la sua famiglia. Un sacco di
25 chili costava 6 CFA. Ora il figlio di Ablaye, Ngalla Ndoye
fa parte del comitato di vendita. Lo troverai là, sotto la tenda,
vicino al sale."
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