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SENEGAL
PASSATO E PRESENTE
LA SUA CULTURA |
All'estremo occidente della grande fascia di territorio distesa
tra l'Atlantico e il mar Rosso, che gli arabi antichi chiamavano
"bilad as - Sudan", il paese dei Neri, il fiume Senegal ritaglia
l'attuale Repubblica del Senegal.
Tra il VI ed il V millennio a.C. a sud delle verdi praterie
del sahara neolitico, prima che la desertificazione allontanasse
dall'Hogar e da Tassili cacciatori e pescatori e riducesse a polvere
le acque vive e i pascoli, l'area del delta interno del Niger brulicava
di attività umane. Gli abitanti della Valle del Niger avevano inventato
l'agricoltura e selezionavano e sfruttavano il sorgo, il miglio,
alcune varietà di riso, il sesamo, la palma da olio e la cola. Da
questo centro di gravità si diffusero verso nord e nord-est le grandi
invenzioni civilizzatrici che crearono le condizioni materiali di
autonomia alimentare e di vita domestica su cui si sarebbero poi
sviluppati i grandi regni nilotici. Fino ai primi secoli dell'era
cristiana le informazioni riferite all'attuale Senegal sono quasi
esclusivamente di carattere paleontologico. La storia del Senegal
antico non può essere separata da quella dei grandi imperi sorti
nell'Africa occidentale tra il IV e il XVII secolo:
l'Impero del Ghana (IV - XI sec), del Mali
(XIII-XVI sec.) e di Gao (fine XV-XVII sec.). L'Impero del Ghana,
è nominato per la prima volta nel 970 d.C. da Ibn Hawkal, che viaggiò
da Bagdad alle rive del Niger e lo descrisse come il paese più ricco
della terra per via dell'oro. Nel 1076 gli Almoravidi conquistarono
e distrussero la capitale del Ghana e in pochi anni la struttura
dell'impero si disgregò; quasi contemporaneamente più a sud, un
gruppo di Chefferies che dominava sul territorio compreso tra l'Alto
Senegal e l'Alto Niger, diede origine ad un processo di fusione
da cui prese il via l'Impero del Mali, uno dei più splendidi tra
gli imperi Africani.
La potenza e la ricchezza dei suoi sovrani arrivò
fino all'Europa, dove nel 1339, il cartografo Angelo Ducert lo rappresentò
nella Carta del Mondo.
Il primo regno senegalese di cui si ha notizia storica è quello
del Tekrur, tributario dell'Impero del Ghana, posto lungo il corso
medio e inferiore del fiume Senegal. Nell'XI secolo il re accolse
amichevolmente le avanguardie dei Berberi islamizzati che arrivavano
dal sud del Marocco e che in poco tempo diventarono tanto potenti
da portare i loro attacchi fino al cuore del Ghana. L'introduzione
da parte loro dell'Islam, avrebbe cambiato la storia e ridisegnato
la fisionomia culturale dell'Africa subsahariana.
Fino alla metà del XIV secolo i piccoli regni
del corso inferiore del Senegal avevano vissuto nell'orbita del
regno del Tekrur, in quest'epoca chiamata Fouta-Toro. Tra di essi
nel corso del XIII-XIV secolo, assunse progressivamente importanza
il regno JOLOF, considerato la culla della civiltà senegalese. Il
regno Jolof estese il suo controllo su tutta la regione, inglobando
i regni Wolof del Waalo, del Kadyor, del Baol, del Dimai e parte
di Bambouk, oltre il regno Serere del Sinè-Saloum.
La storia precoloniale del Senegal copre un
periodo compreso tra dieci e sedici secoli. In questo arco di tempo
si è delineata la specificità sociologica del paese, legata alla
presenza di etnie diverse, ognuna con proprie regole di parentela
e di organizzazione. Alcune comunità erano strutturate molto semplicemente,
non possedevano organizzazione statale e l'autorità politica non
superava il confine del Villaggio; altre erano fortemente gerarchizzate
e avevano espresso stati in cui i poteri erano centralizzati. Ad
esclusione dei Diola e dei Balante della Casamance, la popolazione
del territorio dell'attuale Senegal, viveva, allo sbarco dei Portoghesi,
già da oltre un millennio nel quadro di stati organizzati, che sul
piano delle strutture e della vita democratica potevano rapportarsi
ai loro omologhi della stessa epoca situati a nord del Mediterraneo.
L'unità fondamentale di tutte le società tradizionali
del Sudan occidentale, era la grande famiglia patriarcale, cioè
un insieme di individui che si riconoscevano discendenti da un comune
antenato, fondatore di una stirpe. Il soggetto principale del diritto
era non l'individuo ma la Comunità, la famiglia allargata e il clan.
L'autorità era appannaggio degli anziani che avevano
raggiunto una conoscenza profonda dei valori etici, delle norme
e dei rituali sociali in cui il gruppo si riconosceva e dal cui
rispetto dipendeva la sua sopravvivenza. Il potere degli anziani
era largamente moderato da consigli democratici, in cui potevano
sedere gli adulti e da cui in definitiva dipendevano le decisioni.
La divisione in Caste aveva un significato essenzialmente
tecnico, esprimeva cioè la necessità di una distribuzione funzionale
del lavoro sociale. Gli Stati Wolof si basavano su una struttura
sociale fortemente gerarchica. Il vertice era riservato alla nobiltà,
Garmi, e al di sotto si trovavano i cittadini, Ger, poi i contadini,
Badolo, mentre le attività artigianali erano di competenza della
casta dei Neno.
I Griots, controllavano la magia della parola e ciò
conferiva loro uno status particolare, essi svolgevano alle corti
dei re, l'informazione e la funzione di storici e biografi e la
loro opinione poteva essere determinante per le decisioni più importanti.
All'ultimo gradino c'erano i Jam, gli schiavi, con
un significato diverso da quello europeo o asiatico; essi condividevano
lo status sociale fondamentale, godevano dei diritti politici e
disponevano dei frutti del loro lavoro; solo gli schiavi prigionieri
non avevano nè diritti nè proprietà personali e venivano usati come
moneta di scambio.
Sotto l'influenza dell'Islam si formò una nuova
categoria: quella dei Marabouts, che guadagnarono influenza solo
nelle corti fino al XIX secolo. I primi europei sbarcarono sulle
coste dell'Africa Occidentale nel XV secolo. I portoghesi fecero
scalo ad Arguin, a nord del fiume Senegal. A partire dal XVI secolo
si affacciarono sulle coste africane gli Olandesi, gli Inglesi ed
i Francesi.
L'Africa Occidentale si presentò come un serbatoio
di uomini docili e robusti a cui attingere con poca spesa e pochi
rischi: si avviò così un commercio di schiavi e di materiali mai
visto nella storia dell'umanità.
Lungo tutto il XVII e il XVIII secolo i francesi,
inglesi e olandesi si dettero battaglia per il controllo della regione,
finchè il Trattato di Versailles del 1783 assegnò definitivamente
ai francesi il territorio del Senegal.
Ovviamente l'arrivo degli europei ruppe gli equilibri
politici locali e generò discordie e tensioni crescenti, degenerando
spesso in guerre civili, per questo, quando i francesi si aggiudicarono
il primo posto tra i concorrenti europei nella corsa alla spartizione
di questa regione dell'Africa, si trovarono di fronte ad una realtà
politica destrutturata e popolazioni indebolite e divise.
Il XIX secolo inaugurò un periodo nuovo per
il Senegal, segnato da due avvenimenti determinanti: l'abolizione
del commercio degli schiavi e l'annessione alla Francia.
Nel 1816 re Luigi XVIII nominò il colonnello
Schmalz suo rappresentante e amministratore per il Senegal e i territori
limitrofi. Il suo primo atto fu la riconquista dell'isola di Gorèe
e della città di Saint Louis, ancora in mano inglese. Compito del
Governatore era quello di avviare la colonizzazione agricola all'interno,
puntando sulla coltivazione dell'arachide e del cotone. Dal 1817
al 1854 si succedettero in Senegal 34 governatori e fu fatta l'annessione
alla Francia del regno del Waalo, in cui nel 1830 il Marabout Diile
aveva dato vita ad una effimera teocrazia islamica.
La conquista territoriale proseguì sotto il pugno
di ferro di Louis Faidherbe, considerato il fondatore del Senegal
moderno, ma i piani di Faidherbe si dovettero misurare con la resistenza
delle popolazioni locali. dal 1852 al 1864 il profeta guerriero
El Hadj Omar condusse una guerra santa nell'est del paese scontrandosi
ripetutamente con i francesi. Nel 1882 i francesi considerarono
la pacificazione del Senegal abbastanza avanzata da consentire l'insediamento
di un governatore civile, cosicchè a questi anni turbolenti succedette
il periodo delle annessioni.
La conferenza di Berlino del 1884-1885 delimitò
le sfere di influenza delle potenze coloniali. la Francia ebbe la
parte del leone nell'Africa Occidentale, e si organizzò una federazione
denominata Afrique Occidentale Francaise (AOF). La filosofia coloniale
francese era ispirata ai principi di ugualitarismo della rivoluzione
francese del 1789 e per questo i francesi si sentivano tenuti ad
un'opera di educazione e di superamento della disuguaglianza; era
quindi necessario trapiantare in Africa la cultura, lo stile di
vita e le forme amministrative e legislative francesi, affinchè
i suoi abitanti potessero acquisire lo status di cittadini francesi.
Lo status di cittadino francese venne riservato solo ai residenti
dei quattro Comuni di S.Louis, Gorèe, Dakar e Rufisque, ma solo
una piccola parte di essi riuscì ad esercitare il proprio diritto
di voto.
L'utopia dell'assimilazione si espresse anche
sul piano culturale. Da questo punto di vista la politica coloniale
puntò sulla formazione di una èlite indigena, che per grado di istruzione
potesse occupare i livelli bassi dell'apparato amministrativo e
si incaricasse di diffondere tali principi tra il resto della popolazione.
Nel 1855 il Faidherbe aveva promesso l'apertura della prima scuola
pubblica: "La scuola degli Ostaggi", frequentata dai figli dei capi,
che all'uscita di questa scuola, conoscevano meglio la storia dei
Galli che quella dei loro antenati.
Nel 1910 fu fondata a S.Louis "L'Aurore de
St.Louis", e due anni dopo, nasceva "Jeune Senegalais", prima associazione
che dava forma ai desideri della nascente borghesia autoctona e
del ceto medio.
La seconda guerra mondiale significò per il Senegal
la scomparsa dei prodotti di importazione, l'indebolimento del mercato
e la requisizione da parte dei francesi di tutto il raccolto ed
una gran parte della popolazione giovane inviata alla guerra.
Nel 1945 alle prime elezioni del dopoguerra,
Lamine Gueye risultò eletto nel "Collegio dei cittadini" e Senghor
in quello dei "sudditi" dell'interno. Da quasi subito si delineò
una contrapposizione fra i due a causa del diverso atteggiamento
verso la "madrepatria".
Nel 1948 Senghor fondò il "Bloc Democratique Senegalais",
un partito che concentrerà la propria attenzione politica sul mondo
rurale e le minoranze non Wolof, che gli dettero una vittoria schiacciante
alle elezioni politiche del 1951. La sua visione politico culturale
troverà espressione nel contestato concetto di "nègritude", termine
coniato dal poeta caraibico Aimè Cèsaire, per definire la coscienza
e l'accettazione della cultura e della storia negro-africana.
L'idea della "nègritude", nata inizialmente
per esprimere un sentimento di reazione alla cultura coloniale,
perderà presto il suo vigore politico, riducendosi all'esaltazione
letteraria di un mitico passato precoloniale e di un'Africa tradizionale
innocente e pura.
Il 1954 fu un anno infausto per l'anima coloniale
della Francia: il generale Gap chiuse a Dien Bien Phu il capitolo
indocinese e lo stesso anno il Fronte di Liberazione Algerino iniziò
la lotta per l'indipendenza. la Francia cominciò a domandarsi se
avere ancora le colonie fosse un buon affare e nel 1956 fu approvata
la Legge Quadro che dava una semi autonomia alle colonie. In Senegal
essa abrogava le distinzioni tra sudditi e cittadini e concedeva
il suffragio universale a uomini e donne. Il 13 maggio 1958 il putch
militare di Algeri provocò il crollo della Quarta Repubblica e il
ritorno di De Gaulle.
La nuova Costituzione prevedeva la ridefinizione dei
legami tra la Repubblica ed i popoli ad essa associati. Il Senegal
preferì non uscire dall'ombrello francese e rimanere in una organizzazione
in cui la Francia continuava a dare il La, mantenendo per sè il
controllo della politica estera e tutte le decisioni in materia
economica. Nel 1960, il 28 settembre, la Repubblica del Senegal
e il Sudan francese che si chiamerà Repubblica del Mali, entrarono
separatamente all'ONU.
La Costituzione della Prima Repubblica Senegalese
era ricalcata sul modello francese e Senghor e Dia si erano aggiudicati
le due massime cariche di presidente della Repubblica e di presidente
del Consiglio. In presenza del potere le loro differenze di stile
personale e di posizioni politiche divennero sempre più nette. Il
primo era un conservatore filofrancese, il secondo era più favorevole
a riforme rapide, radicali, contrario all'ingerenza delle confraternite
musulmane.
Il contrasto fra i due superò il punto di non ritorno,
quando Dia propose il piano economico quadriennale, che metteva
il pericolo l'influenza delle imprese private francesi. Accusato
di attentato alla Costituzione, Dia venne arrestato e condannato
all'ergastolo. La crisi della Prima Repubblica portò ad una revisione
costituzionale e di orientamento decisamente presidenzialista. Fu
abolita la carica di Primo Ministro e della proprietà collettiva,
e si delineò la tendenza ad un regime a partito unico.
Alla fine del 1966 tutti i partiti dell'opposizione
erano scomparsi. In assenza di organizzazioni politiche furono gli
studenti ed i sindacati a scendere in piazza per protestare, e a
Dakar raggiunsero particolare asprezza. Senghor reagì a tutto questo
ripristinando la carica di Primo Ministro che fu data ad un giovane
tecnocrate, Abdou Diouf, pupillo del presidente. Nella prima metà
degli anni 70 la situazione economica si aggravò, le elezioni del
73 si svolsero in un clima di intimidazioni tali che riportarono
Senghor al potere, ma nel 1974 si costituì il PDS, il Partito democratico
senegalese, fondato da Abdoulaye wade, che fu il primo segnale di
cambiamento.
Solo a partire dal 1976, si ritennero arrivati
i tempi maturi per ufficializzare la liberalizzazione del regime.
Ai prigionieri politici fu concessa l'amnistia e Mamadou Dia ritornò
in libertà, fu resa inoltre possibile la formazione di partiti dell'
opposizione. la Costituzione ammetteva solo tre partiti che dovevano
avvalersi delle tre correnti di pensiero stabilite per legge: democrazia
liberale, democrazia socialista, comunismo o marxismo.Leninismo.
Ecco quindi il PDS di Wade, il PS di Senghor, il PAI di Majhmout
Diop.
Nel 1978, Senghor, riottenne la riconferma
del suo quinto mandato, in un clima sempre più aspro e di assedio.
Nel 1980, "Le Monde", annunciò le imminenti dimissioni di Leopold
Senghor. Ufficialmente egli si congedava per motivi di età, lasciandosi
dietro una situazione spinosa. Studenti e insegnanti erano di nuovo
in agitazione e la siccità e l'aumento del prezzo del petrolio rendevano
sempre più critico il momento economico.
Dal punto di vista politico, Senghor lasciava una
eredità più positiva: quasi un caso unico nella storia Africana,
egli aveva mostrato tolleranza e rispetto per le regole del gioco
democratico, non aveva mai troppo abusato del potere politico ed
era riuscito quasi sempre a sopportare l'oppsizione, evitando che
il regime prendesse forme apertamente dittatoriali. Il 1 gennaio
1981 Abdou Diouf, prestava giuramento come nuovo presidente della
Repubblica Senegalese.
I suoi primi atti politici furono insieme di continuità
e di cambiamento. Diouf mantenne agli incarichi i vecchi baroni
di Senghor, ma abrogò le limitazioni al numero dei partiti. Alle
elezioni del 1983, vi erano già 15 partiti, ma grazie alle confraternite
musulmane, quelle dei Mourides e dei Tidjanes, Diouf ottenne una
vittoria netta.
Il senegal di Diouf, due volte riconfermato
presidente nelle elezioni del 1988 e del 1993, ha visto approfondirsi
gli squilibri e le difficoltà che avevano già caratterizzato i primi
vent'anni della sua vita di stato indipendente: sviluppo industriale
carente, difficoltà di diversificazione della produzione agricola,
presenza di un apparato burocratico-amministrativo oneroso e inadeguato,
mancanza di una autonomia finanziaria e conseguente vertiginoso
aumento del debito estero.
A suo sfavore hanno giocato la stagnazione economica
mondiale e la caduta sul mercato internazionale dei prezzi dell'arachide
e dei fosfati, nostre risorse fondamentali. La conseguenza negativa
di questa situazione si è avvertita su tutti i piani, da quello
dell'istruzione a quello della sanità, da quello dello standard
di vita e dell'alimentazione a quello dell'occupazione.
Le disuguaglianze sociali e la frattura tra città
e campagna si sono approfondite. Nel complesso si è assistito ad
un degrado progressivo degli indicatori sociali, rivelatore di una
profonda insufficienza dello sviluppo umano del paese. Il reddito
procapite è ancora fermo ai livelli degli anni 60 e paradossalmente
per un paese agricolo, il Senegal importa oltre un terzo del fabbisogno
alimentare.
Di fronte a questa crisi, la democrazia senegalese
ha dimostrato di essere sempre più un prodotto per l'esportazione,
grazie al quale i finanziamenti sono copiosi e le istituzioni internazionali
si mostrano prodighe e sensibili nei confronti del paese.
Attualmente è in carica dal 2000 il presidente Abdoulaye
Wade.
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ETNIE |
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I Wolof, sono l'etnia numericamente e socialmente
più importante e costituiscono circa il 40% della popolazione, sono
fortemente urbanizzati ed hanno un quasi monopolio dell'amministrazione
dello stato e del settore moderno. La lingua più diffusa è tipicamente
wolof e anche la coltura dell'arachide fa parte della loro tradizione
culturale. Il secondo gruppo sono i Serere, 20% della popolazione,
e risiedono nella regione del Sinè-Saloum. Originari della Mauritania,
sono allevatori ed agricoltori e rappresentano un pò nell'immaginario
collettivo degli antropologi il "contadino nero tipo". Sono anch'essi
musulmani e solo un 15% si è convertito alla fede cattolica.
I Peul, abitano la valle del Senegal e in Casamance,
popolo di pastori nomadi di origine sconosciuta, forse imparentati
con le popolazioni camitiche della Nubia e dell'Etiopia.
I Toucouleur, i primi africani sotto il Sahara
a convertirsi all'Islam. Sono il 13% della popolazione senegalese,
vivono ancora di agricoltura e abitano nella valle media del Senegal.
I Diola, sono il 7% della popolazione, sono
originari della Bassa Casamance, dove vivono coltivando riso rosso
e bianco con tecniche autenticamente africane. Essi vivono in villaggi
dove non esistono capi, caste e schiavitù e gli unici punti di riferimento
sono la famiglia ed il clan.
I Lebou, anch'essi originari della Mauritania,
2% della popolazione, sono coltivatori e pescatori, sono famosi
per la temerarietà con cui affrontano il mare in piroghe. Anch'essi
islamici e abitano nella penisola di Cap-Vert.
I Mandingue, discendenti dei fondatori dell'antico
regno del Mali, sono dispersi in molti paesi dell'Africa Occidentale.
Oggi essi vivono di agricoltura nei villaggi della Casamance orientale.
Complessivamente sono l'8% della popolazione attuale.
In Senegal si parla una dozzina di lingue:
ne deriva un lungo elenco di problemi che hanno a che vedere con
l'effettiva creazione dell'unità nazionale, con le possibilità di
relazioni fra gruppi etnici diversi, con le opportunità di accesso
all'informazione in tutte le sue forme e infine con la facoltà da
parte dei cittadini di comunicare con l'amministrazione statale
e di partecipare alla vita pubblica. Queste difficoltà sono mitigate
dal fatto che l'80% dei senegalesi è in grado di parlare la lingua
Wolof, che conosce come lingua materna o seconda lingua. La lingua
dell'antico colonizzatore, il Francese, occupa un ruolo di primo
piano nelle relazioni fra cittadini e lo stato, perchè la Costituzione
senegalese ha riconosciuto il francese come lingua ufficiale, mentre
un decreto del 1971 ha promosso a lingue nazionali il wolof, il
sèrere, il peul, il mandingue, il diola e il sonninkè.
| MITI E ANIMISMO - RITI E TRADIZIONI |
I LEBU: un popolo che viene da
lontano
I Lebu, stanziati nella penisola di Capo Verde, rappresentano il
15,7% della popolazione di questa zona (50.000 circa Benché considerati
spesso come un sottogruppo wolof poiché parlano questa lingua anche
se con sfumature proprie, i Lebu rivendicano una loro specificità
culturale. Verso i secoli XI e XII, dopo aver lasciato l'Hodh mauritano,
i proto-Lebu si ritrovarono a vivere sulle sponde del fiume Senegal
insieme a gruppi di altre etnie in via di differenziazione; una
lunga convivenza che spiega oggi l'esistenza della "parenté à plaisanterie"
tra Lebu, Sereer e Tukuleur. La caduta dell'impero del Ghana (1076),
la disorganizzazione di quello del Tekrur e la persistenza della
siccità nel Sahel, che spingeva le tribù berbere verso sud, determinarono
una serie di ondate migratorie delle popolazioni del Futa Toro verso
sud-ovest.. Nella loro marcia verso il sawub janta, laddove tramonta
il sole, i Lebu raggiunsero infine il Diander). Altri gruppi preferirono
seguire il litorale da Saint-Louis alle niayes. Il lago Retba e
il lago Mbaouane rappresentavano una riserva di acqua, pesce, selvaggina,
frutta, olio e vino di palma. La regione prese il nome dal verbo
diend, 'comprare", poiché era il luogo dove i Lebu praticavano il
baratto con i commercianti del Cayor. Fondarono alcuni villaggi
e poi si divisero in due branche (clan massimali). I Lebu sono detti
yeeni géej, "la gente del mare" : Familiarizzatisi con la pesca
durante la loro permanenza nell'Hodh e poi sul fiume Senegal, essi
ne fecero la loro attività principale, integrata dall'allevamento
e dall'attività agricola, oggi da quella ortofrutticola di commercializzazione
delle niayes. Tuttora, i Lebu restano i signori incontestati delle
acque insieme ai Sereer Noominka delle isole del Saloum, ai Wolof
di Guet Ndar (Saint-Louis) ed ai Subalbe (Tukulér) del fiume Senegal.
Cerimonie annuali (Dakar, Yoff) o biennali (Rufisque), durante le
quali vengono uccisi uno o più manzi, hanno lo scopo di propiziare
gli spiriti (rab, tuu) che abitano la costa e il mare.
Controllo rituale degli elementi
Secondo la tesi di Marguerite Dupire, un gruppo poteva occupare
pacificamente un luogo solo attraverso il controllo rituale di certi
elementi inanimati e/o animati che divennero in seguito dei totem
clanici, i quali ci informano sulla storia, l'organizzazione sociale
e l'alimentazione delle origini. La considerazione di cui godono
certi animali va oltre la nozione di semplice interdetto alimentare
e ci rinvia piuttosto ad una vecchia alleanza. A Yoff, per esempio,
la cattura di uno yuur, pesce che porta il nome del clan, comportava
una serie di riti funebri che impedivano la contaminazione magica
del resto del clan. Il pescatore, ricoperto da un tessuto bianco,
si stendeva su una barella a fianco ad un'altra barella dove si
trovava il pesce avvolto in un drappo bianco e, in seguito, veniva
sottoposto ad un lavaggio purificatorio. A jilax, il delfino, salvatore
dei naufraghi, vengono offerti cuscus e uova in segno di ringraziamento.
La donna-pesce
Eroe culturale Jilax designa anche la sirena, la donnapesce che
avrebbe insegnato ai Lebu le tecniche di pesca d'altomare e che
compare ai pescatori con una calebasse sulla testa: essa offre cibo
e amore a chi vuole unirsi con lei nelle acque marine. La sirena,
che nuota indisturbata lungo la costa diffondendo una pallida luce,
abita la scogliera di Popenguine (dal wolof boppu ginne, " la testa
del jinn ") dove prende il nome di Maam Kumba Cupaan. A Sangomar
è conosciuta come Maam Yungume. Presso lagune e paludi salmastre,
essa preferisce prendere le forme del lamantino e diviene animale-totem
del clan matrilineare sereer Jaxanoora e della famiglia Sarr. Scogli,
isolotti, spiagge, laghi e stagni costituiscono l'habitat privilegiato
di creature ambigue dal potere di vita e di morte. Numerosi sono
i luoghi da evitare o da frequentare con prudenza, diversi i pesci
da avvicinare con una certa precauzione magica: suddi, lo squalo
blu, mbagènda, la balena, gaynde géej, "il leone del mare" cioè
lo squalo, le razze, leraw, il lamantino, la tartaruga marina. "Il
mare è come una giungla. Ci si entra con dei jat (versetti magici)
"(Bayda Mbengue, pescatore lebu).
Gli spiriti protettori
Il grande santuario-dimora degli spiriti delle coste senegalesi,
da Sait-Louis a Banjul, si trova sotto la lingua di sabbia mobile
di Sangomar, punta estrema sull'oceano alla foce del fiume Saloum,
e che è anche il luogo di incontro delle anime dei morti e la porta
per l'aldilà . Questi spiriti, apparentati fra loro e per la maggior
parte femminili, sarebbero stati i primi abitanti del litorale e
sono considerati gli antenati mitici uterini dei clan fondatori.
Per tale ragione, il loro nome è preceduto da maam, termine che
indica gli ascendenti di una famiglia. Gli spiriti (rab) più importanti,
riconosciuti e onorati (tuur) hanno un altare in una corte familiare.
Esso è costituito da un grosso canari coperto e riempito d'acqua
dolce e pezzi di radici, da alcuni canari più piccoli rovesciati
e con il fondo forato e da piloni infossati. Inoltre è riservato
loro un angolo di spiaggia dove vengono fatte le offerte di latte
cagliato, di palline di miglio crudo pestato e mescolato con acqua
zuccherata. Il culto familiare o collettivo rinnova una vecchia
alleanza che si traduce per il gruppo in protezione e assistenza
nella vita quotidiana. Raramente il tuur possiede un individuo.
Ciò avviene quando quest'ultimo eredita la funzione di boroom xamb
e boroom tuur (prete) di un villaggio, di un clan o di un lignaggio.
Capi religiosi e capi politici
La tradizione orale è povera di dettagli riguardo l'ordine di arrivo
dei clan e delle prime alleanze magico-rituali con gli spiriti del
luogo. Sappiamo che l'antenato degli Ndoye poté stabilirsi al quartiere
Ndankou di Rufisque solo dopo aver incontrato Maam Kumba Lombo.
Il rab gli indicò il luogo dove offrirgli i sacrifici e gli rimise
una lancia (xeej), come simbolo della loro alleanza, oggi conservata
dalla discendente Adja Oulimata Diop. Una lancia simile fu donata
da Maam Njare di Yoff al più vecchio del clan matrilineare Sumbaar
(Been).Queste lance, ornate di piccoli corni sui quali sono cuciti
dei cauri, sono il ricettacolo di forze straordinarie per cui vengono
mostrate in pubblico solo in occasioni precise. La lancia è l'attributo
del saltige, l'indovino che prevede, all'avvicinarsi delle piogge
dell'hivernage, il bene ed il male dei mesi a venire. Un tempo,
egli indicava anche i giorni propizi per cominciare i lavori campestri
e vegliava mentalmente le coltivazioni per proteggerle contro i
ladri e gli animali selvatici. Se il saltige è ancora oggi il guardiano
spirituale del gruppo, il jaraaf ne era il capo politico. Scelto
tra i membri di uno dei clan matrilineari del clan massimale Sumbejun,
i jaraaf era nominato dallo ndey ji jambur, che rappresentava il
consiglio degli anziani, dopo essere stato "covato" (boof) magicamente
per otto giorni nella casa del saltige. L'autorità del jaraaf era
controbilanciata dallo ndei ji rew, appartenente al clan massimale
Been che aveva il potere di convocarlo con gli alti dignitari del
consiglio degli anziani. Esisteva quindi una sorta di dipendenza
mistica e sociale del jaraaf dal clan dei Been che potrebbe spiegarsi
con la priorità di arrivo di quésto clan che per primo avrebbe stretto
delle relazioni sacre privilegiate con gli spiriti del luogo specializzandosi
così nell'attività rituale. Significativo è il fatto che il termine
bee si riferisca al mondo naturale, la "sabbia bianca", mentre sumbejun
significhi "cominciai qualcosa di difficile": ci fu quindi una spartizione
o specificazione dei poteri via via che i clan arrivavano e si stanziavano
definitivamente.
Rituali animasti per spiriti
erranti
Il rab è un essere errante che si crede possa far ammalare e rendere
folli una o p ù persone, non necessariamente apparentate. E' necessario
allora, attraverso il rituale dello ndép che comporta vari sacrifici
animali e danze di possessione, individuare lo spirito, farlo uscire
dal corpo del posseduto e fissarlo in un altare. L'ammalato in via
di guarigione verrà due volte alla settimana (Lunedì e Giovedì)
a lavarsi con l'acqua del canari del suo rab e la boroom xamb si
occuperà delle offerte. Durante le cerimonie annuali dedicate ai
tuur, coloro che sono guariti prestano il loro corpo ai rab che
li posseggono dopo essere stati evocati dai battitori dei tam-tam
con ritmi propri ad ognuno di loro (bakk). Il boroom rab cade in
trance, gli occhi strabiliati, la bava alla bocca, a volte piange
a volte ride, canta, insulta i presenti, sputa, si denuda, poi cade
in trance. Allora i tamburi tacciono, la persona incosciente viene
fatta stendere e lentamente torna in sé. Talvolta è necessario l'intervento
della ndèpkat, la guaritrice, che pronuncia degli esorcismi nelle
orecchie del posseduto, ne pressa il costato e lo libera. Questi
si siede, beve del latte cagliato con dentro una polvere di erbe
e di radici (sunguf réen) e si riposa.
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La società senegalese
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E' composta da gruppi etnici diversi, che, malgrado
le continue migrazioni e l'attuale intersezione sul territorio,
tendono a mantenere una identità distinta.
I Wolof, sono l'etnia numericamente e socialmente
più importante e costituiscono circa il 40% della popolazione, sono
fortemente urbanizzati ed hanno un quasi monopolio dell'amministrazione
dello stato e del settore moderno. La lingua più diffusa è tipicamente
wolof e anche la coltura dell'arachide fa parte della loro tradizione
culturale. Il secondo gruppo sono i Serere, 20% della popolazione,
e risiedono nella regione del Sinè-Saloum. Originari della Mauritania,
sono allevatori ed agricoltori e rappresentano un pò nell'immaginario
collettivo degli antropologi il "contadino nero tipo". Sono anch'essi
musulmani e solo un 15% si è convertito alla fede cattolica.
I Peul, abitano la valle del Senegal e in
Casamance, popolo di pastori nomadi di origine sconosciuta, forse
imparentati con le popolazioni camitiche della Nubia e dell'Etiopia.
I Toucouleur, i primi africani sotto il Sahara
a convertirsi all'Islam. Sono il 13% della popolazione senegalese,
vivono ancora di agricoltura e abitano nella valle media del Senegal.
I Diola, sono il 7% della popolazione,
sono originari della Bassa Casamance, dove vivono coltivando riso
rosso e bianco con tecniche autenticamente africane. Essi vivono
in villaggi dove non esistono capi, caste e schiavitù e gli unici
punti di riferimento sono la famiglia ed il clan.
I Lebou, anch'essi originari della Mauritania,
2% della popolazione, sono coltivatori e pescatori, sono famosi
per la temerarietà con cui affrontano il mare in piroghe. Anch'essi
islamici e abitano nella penisola di Cap-Vert.
I Mandingue, discendenti dei fondatori
dell'antico regno del Mali, sono dispersi in molti paesi dell'Africa
Occidentale. Oggi essi vivono di agricoltura nei villaggi della
Casamance orientale. Complessivamente sono l'8% della popolazione
attuale.
In Senegal si parla una dozzina di lingue:
ne deriva un lungo elenco di problemi che hanno a che vedere con
l'effettiva creazione dell'unità nazionale, con le possibilità di
relazioni fra gruppi etnici diversi, con le opportunità di accesso
all'informazione in tutte le sue forme e infine con la facoltà da
parte dei cittadini di comunicare con l'amministrazione statale
e di partecipare alla vita pubblica. Queste difficoltà sono mitigate
dal fatto che l'80% dei senegalesi è in grado di parlare la lingua
Wolof, che conosce come lingua materna o seconda lingua. La lingua
dell'antico colonizzatore, il Francese, occupa un ruolo di primo
piano nelle relazioni fra cittadini e lo stato, perchè la Costituzione
senegalese ha riconosciuto il francese come lingua ufficiale, mentre
un decreto del 1971 ha promosso a lingue nazionali il wolof, il
sèrere, il peul, il mandingue, il diola e il sonninkè.
La società senegalese attuale non può essere
descritta in termini di semplice contrasto tra tradizione e modernità.
Le forme pure della società tradizionale, infatti, non esistono
praticamente più, ma anche la formazione delle classi e degli strati
sociali moderni è tutt'ora incompiuta. Malgrado la comparsa dell'individualismo
e una certa "razionalizzazione" dei rapporti umani, conseguenza
dell'istruzione, dell'urbanizzazione e della diffusione dell'economia
monetaria e del commercio, la maggior parte dei senegalesi continua
a concentrare i propri rapporti sociali sulla parentela e l'origine
etnica. Ciò che ne deriva, fermo restando il carattere fortemente
gerarchico di tutte le grandi etnie senegalesi, è una forma di interclassismo
su base etnica, che non annulla diseguaglianze e contraddizioni,
ma le assorbe nella logica clientelare del patronage. Questo istituto,
che si giustifica attraverso la necessità per i contadini poveri
ed analfabeti di poter contare su un patron influente e familiare
con il mondo moderno, è l'anima reale di molti organismi, primi
fra tutti i partiti politici, e ne rappresenta una rilettura secondo
una logica tradizionale.
La famiglia è l'ambito nel quale l'imperfetta
fusione tra tradizione e modernità dà origine alle contraddizioni
pIù evidenti. La legge riconosce due forme di matrimonio: monogamico
e poligamico, con un massimo di quattro mogli, secondo la prescrizione
del Corano.
Anche se mancano dati statistici nazionali, si pensa
che i matrimoni poligamici siano in diminuzione, sopratutto per
motivi di carattere economico.
Nelle campagne la poligamia presuppone l'esistenza
del keur, la residenza comune, composta di costruzioni raccolte
intorno ad uno spazio aperto, dove ogni moglie ha assegnato una
o più abitazioni per sè e per i propri figli. In città è già un
lusso per un uomo potersi permettere, a trent'anni, una sola moglie
ed una casa vivibile.
L'Istruzione, ovvero il tasso di alfabetizzazione
della popolazione senegalese, varia da luogo a luogo. Si trova un
57% nella zona di Dakar, e si arriva a solo il 18 % nelle zone di
Louga e Diourbel. Gli stanziamenti destinati all'istruzione sono
sensibilmente diminuiti negli ultimi anni ed i tagli hanno colpito
sopratutto l'istruzione primaria. L'impossibilità di pagare i maestri
ha fatto sciogliere molte classi, mentre in altre sono stati introdotti
i doppi turni. Inoltre la mancanza di materiale didattico, un libro
di lettura ogni 2 allievi, un libro di aritmetica ogni 10 e solo
la metà dei quaderni necessari.
L'ordinamento scolastico prevede tre anni di educazione
prescolare (dai 4 ai 6 anni), sei anni di scuola elementare (dai
7 ai 12 anni), quattro anni di scuola media (13/16), e un insegnamento
secondario di 2 anni di formazione professionale breve, di 3 anni
di secondaria tecnica professionale, o di 4 anni di scuole normali
regionali.
L'Università di Dakar e Saint-Louis comprendono facoltà
sia umanistiche che scientifiche e sono considerate il fiore all'occhiello
dell'educazione nazionale, anche se per entrare a far parte dell'intellighenzia
non guasta aver passato qualche anno nelle università francesi.
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Che cosa speravate
nel togliere il bavaglio
che chiudeva queste bocche nere?
Che intonassero le vostre lodi?
Queste teste, che i nostri padri
avevano piegato con la forza fino a terra,
pensavate forse che,
quando si fossero risollevate,
vi avrebbero guardati con occhi adoranti?
Ecco gli uomini in piedi che ci guardano,
e io vi auguro di sentire,
l'emozione profonda di essere visti.
J.P. Sartre
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LEOPOLD SEDAR SENGHOR
Oltre il Senegal
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Paese di utopie, di grandi aspettative deluse, ma
anche di integrazione di elaborazione tra le varie etnie e comunità
religiose, il Senegal racchiude a livello politico sociale e culturale
tutte le speranze i timori i sogni e i fallimenti dell'Africa post-coloniale.
L'unico dato in continua ascesa è quello della popolazione che cresce
ai ritmi più alti del pianeta fra il 6% e il 10 % annuo, cioè il
raddoppio circa ogni 10 anni, da qui la forte spinta all'emigrazione
che ha inizio nelle regioni del nord, vicino al deserto della Mauritania,
dove l'unico lavoro consiste nella coltivazione dell'arachide che
permette di guadagnare 1,50€ al giorno per 3 mesi all'anno e dove
interi villaggi, oramai, vivono esclusivamente su una economia basata
sulle rimesse degli emigrati. Ma il primo passo di questo vero e
proprio esodo è l'arrivo nella grande città, nell'immensa periferia
di Dakar, dove vivono oltre 2 milioni di persone sui 10 milioni
complessivi di abitanti che ha l'intero Senegal.
Tutti i giorni famiglie venute dall'interno del Senegal
dalla Guinea o dal Mali depositano i loro bagagli e la loro vita
in questo enorme agglomerato di casette basse costruite con materiali
di recupero per lo più abusivamente, in mezzo alla sabbia e in riva
al mare; un territorio vastissimo formato da tanti quartieri in
un insieme di strade di sabbia intrigate fra loro nel disegno irripetibile
di un'architettura spontanea.
A Dakar come in altre grandi città africane si può
cogliere l'enorme disparità fra un ambiente urbano di tipo europeo,
rappresentato dalla città coloniale e dalle nuove estensioni tecnologiche,
ed un habitat più prossimo ai modelli culturali del villaggio africano.
Non appena si superano i confini della grande città il cambiamento
è immediato e radicale, sembra davvero un altro mondo, questa Africa
marginale che non è l'Africa millenaria della campagna e non è città,
questo mondo che vive vicino alla metropoli ma è escluso dalla grande
società, possiede vitalità e dinamismo che gli permette di vivere
o perlomeno sopravvivere con lavori marginali e con i traffici più
inaspettati.
Ai confini del sistema di vita occidentale e nell'impossibilità
di essere invitati alla festa consumistica, i senegalesi, come gran
parte degli abitanti del terzo mondo, intelligentemente, utilizzano
gli scarti di quel sistema dal quale sono irrimediabilmente esclusi.
E il lavoro marginale è la grande risorsa dell'Africa, forse in
questo momento, l'unica speranza oltre all'emigrazione per i 100.000
giovani senegalesi che ogni anno entrano nel mercato del lavoro
con pochissime possibilità di trovare un vero impiego. Povero ma
non miserabile, questo pianeta periferico conserva una grande dignità
e una bellezza quasi pasoliniana, in un fermento continuo di cultura
tradizionale e contaminazioni occidentali.
L'islamismo perpetua l'impostazione patriarcale della
società senegalese, ma il ruolo della madre all'interno della famiglia
è importantissimo ed è a lei che è assegnata la responsabilità delle
relazioni di gruppo.
Intessuta di credenze animiste quella dei senegalesi
è una fede semplice e forte nello stesso tempo, c'è un'adesione
completa alla religione, un entusiasmo non filtrato attraverso i
nostri ripensamenti critici, e la grande eredità della cultura umanista
e del socialismo utopico di Senghor è l'estrema tolleranza culturale
e religiosa, per cui i cattolici pur essendo una esigua minoranza
godono uguali diritti dei musulmani e ogni etnia anche la più piccola
ha uguale dignità sociale e conserva le proprie tradizioni. Del
resto Sengor pur essendo cattolico ha governato per 20 anni un paese
dove il 90% della popolazione è musulmana pur appartenendo all'etnia
Serer che non è l'etnia maggioritaria del Senegal.
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Chi lancerà il grido di gioia
per risvegliare i morti e orfani e l'aurora
chi restituirà la memoria della vita
all'uomo dalle speranze sventrate.
Ci dicono uomini del cotone, del caffè, dell'olio
ci dicono uomini della morte.
Noi siamo gli uomini della danza
i cui piedi rinvigoriscono colpendo il suolo duro.
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Leopold Sedar Senghor nasce in un villaggio di
pescatori vicino a Dakar nel 1906, di religione cattolica, compie
i primi studi presso le scuole missionarie. Studia all'università
della Sorbona. Combatte con la Francia durante la seconda guerra
mondiale, trascorre un periodo in un campo di concentramento.
Nel 1945 viene eletto rappresentante del Senegal all'Assemblea Nazionale
Francese. E' stato Presidente del Senegal dal 1960 al 1980; ritiratosi
poi dalla vita politica vive gli ultimi suoi anni in Francia.
Senghor ha unito sempre la sua attività di poeta a quella di politico.
Raffinato poeta è stato uno degli intellettuali più in vista della
rinascita culturale e politica del continente africano.
Con altri scrittori neri sviluppa il concetto di "Negritudine",
approntando un programma di liberazione pacifica attraverso la poesia
e la politica per recuperare il patrimonio culturale della civiltà
africana. "....... la negritudine è il patrimonio culturale i valori
e soprattutto lo spirito della civiltà negro-africana.
La negritudine è una qualità del sentire che l'uomo nero porta con
se costantemente, è la matrice della sua identità umana profonda
non solo una forma di orgoglio razziale su cui costruire la rivolta
alla oppressione bianca. Il nero ha i sensi aperti a tutti i contatti
alle più lievi sollecitazioni, sente prima di vedere l'oggetto,
reagisce alle onde che esso emette dall'invisibile.
Il bianco europeo tiene l'oggetto a distanza, lo guarda, lo analizza,
lo distrugge o perlomeno lo soggioga per utilizzarlo. Il bianco
procede alla conoscenza del mondo con la ragione discorsiva, la
ragione dell'occhio della razionalità.
Il nero usa la ragione intuitiva che va al di là del visibile fino
alla ragione nascosta dell'oggetto puro, va al di là del segno fino
ad afferrarne il senso.
Per il bianco ogni cosa è vera o falsa, buona o cattiva. Il mondo
dei bianchi è quello della dicotomia e dell'opposizione, il mondo
dei blocchi.
Per il nero africano ogni cosa, ogni forza è di per se un nodo di
forze elementari maschili e femminili, per esempio, la cui realizzazione
personale può provenire soltanto dall'accordo di questi elementi.
Questo spiega come il nero abbia un senso così sviluppato della
solidarietà fra gli uomini; la società tradizionale africana diversamente
dalla società europea, è una società comunitaria in quanto formata
più da una comunione di anime che da un aggregato di individui;
è una società solidaristica naturalmente socialista ......." (1965
intervista televisiva)
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Popoli del Sud nei cantieri,
nei porti, nelle miniere,
nelle manifatture e la sera
segregati nei recinti della miseria,
le braccia appassite,
il ventre cavo occhi e labbra immensi
invocanti un Dio impossibile.
Potevo rimanere sordo
a tante sofferenze derise?
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Come presidente per venti anni di un paese povero
di risorse come il Senegal, Senghor si scontrerà con i problemi
irrisolti dell'eredità francese, con la contestazione e la ribellione
interna di generali e ministri e con il potere delle confraternite
religiose musulmane. Il suo sarà un governo forte ma democratico,
legato alla Francia, ma che investirà molto sulla cultura e sull'orgoglio
africano. Basti ricordare la creazione dell'università di Dakar,
la più importante dell'Africa Occidentale e il grande "Festival
delle arti nere" del '66. Agli inizi degli anni ottanta Senghor
è il primo capo di stato africano ad abbandonare volontariamente
il potere dopo aver condotto il Senegal ad una vera democrazia parlamentare
modellata sull'esempio francese.
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Estate del Sud troppo
tardi arrivai in un settembre agonizzante.
In quale libro trovare l'ardore del tuo riverbero
sulle pagine di quale libro di quali impossibili labbra
il tuo amore delirante.
Mi sfianca questa impazienza
come il rumore della pioggia
sulle foglie monotone.
Suonami Duke
soltanto Solitude.
Voglio piangere fino ad addormentarmi.
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Dopo i grandi progetti di modernizzazione degli
anni sessanta, il Senegal ha visto deteriorarsi rapidamente la sua
situazione economica. Le ripetute siccità e la caduta sul mercato
mondiale dei prezzi dell'arachide, hanno velocemente indebitato
il Paese a livelli tali da sottostare a un durissimo piano di ristrutturazione
economica imposto dal fondo monetario internazionale. Inoltre, il
fallimento sostanziale dei progetti di cooperazione, il potere sempre
più forte del Clan del presidente Abdou Diouf (in carica dal 1982)
e gli scontri politici, pone il Senegal da paese guida dell'Africa
Occidentale a paese tormentato da continue tensioni economiche e
sociali.
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E' tempo di partire
ch'io non affondi ancor più le radici
di ficus in questa grassa e molle terra.
E' tempo di andare d'affrontare l'angoscia di stazioni,
il vento curvo che spazza le banchine
nelle stazioni, all'aperto di provincia
l'angoscia degli addii senza una mano calda nella mano.
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" ....... La poesia è l'essenza dell'anima nera, e
la poesia è finita soltanto se diventa canto: parola e musica nello
stesso tempo e, per questa ragione, mi preoccupo di far procedere
alcune mie poesie dalle indicazioni relative agli strumenti che
debbono non accompagnarle ma esprimerle. L'atto poetico è una danza
dell'animo e molte delle poesie africane si chiamano tam-tam: Il
poeta ha fatto suo il tempo degli antenati e lo sente scorrere dentro
con il suo ritmo, spera che gli echi del suo tam-tam vengano a risvegliare
gli istinti immobili che sono in lui. Così come l'ode e il sonetto
furono un genere della poesia europea, il tam-tam tende a diventare
un genere della poesia nera. Per duecento anni l'arte è stata dominata
dal modello greco-latino, dal canone classico, poi ecco l'irruzione
dei neri africani "i barbari dell'arte". Picasso mi confidava dell'influenza
esercitata dall'arte africana su di lui e su tutta l'arte moderna,
che non è più fondata sulla rappresentazione della natura, ma vuole
rappresentare la forza vitale e rappresentarla attraverso il ritmo
dei vari elementi. Nell'arte europea contemporanea, il ritmo è diventato
l'elemento dominante ......." (1965 intervista televisiva)
Si è molto rimproverato e si continua a rimproverare
a Senghor di aver contratto con la Francia un matrimonio d'amore
che farebbe di lui un meticcio culturale e al limite un bianco.
Senghor non ha mai interrotto il contatto con la
terra ancestrale ha cercato sempre di fondere interiormente le sue
radici sia culturali che native, nella sua poesia "sintesi mirabile
fra due civiltà" e nell'impegno intellettuale, Senghor esprimerà
soprattutto la sua aspirazione a una civiltà dell'universale, fondata
sull'apporto di tutte le culture e di tutte le religioni e che prevalga
sui conflitti e sulle prevaricazioni fra i popoli.
Contestato dalle nuove generazioni e dagli intellettuali
africani di lingua inglese che non si riconoscono nella "negritudine"
e nella sua concezione ecumenica dell'uomo, Senghor, sembra in realtà
che non abbia voluto rompere il cordone obelicale con l'occidente
ma anzi abbia voluto rafforzare i numerosi legami con la Francia
e con la cultura cattolica.
"....... L'Africa soffre della malattia infantile
dell'indipendenza provocata dai colonizzatori in 150 anni di colonizzazione.
Quì in Senegal, la Francia ci ha condannato alla monocultura dell'arachide,
ci ha fatto soldati, funzionari, coltivatori, ed è chiaro che dopo
l'indipendenza la mancanza di alternative alla nostra economia è
un grosso handicap; senza contare che anche noi abbiamo i nostri
difetti come la mancanza del senso della storia, del senso del tempo,
del risparmio e, sempre dagli intellettuali francesi, abbiamo ereditato
una tendenza alla critica. Il cammino della democrazia e dello sviluppo
economico è lungo, io penso che si debba arrivare gradatamente ad
una coscienza democratica, del resto, la civiltà europea è il risultato
di duemila anni di evoluzione.
Il grande problema dell'Africa come dell'Europa
è il nazionalismo, in nome degli interessi nazionali si commettono
crimini atroci. La vera cultura è mettere radici e sradicarsi, mettere
radici nel più profondo della terra natia, nella sua eredità spirituale,
ma anche sradicarsi e cioè aprirsi alla pioggia e al sole, ai fecondi
apporti delle civiltà straniere.
Nella difficile Africa del XX secolo abbiamo bisogno
del meglio dello spirito europeo, del meglio della francitè. Il
nero può apportare alla civiltà bianca quella sensualità con cui
egli sa esprimere la più profonda spiritualità, nella convinzione
che il mondo è fondato sulla forza vitale dalla quale dipende ogni
essere e nella quale si uniscono la carne, lo spirito, la pietra
e Dio e i neri sono come il lievito serve alla farina; se no chi
insegnerà il ritmo al mondo defunto delle macchine e dei cannoni?......."
(1965 intervista televisiva)
".......Noi siamo socialisti non escludiamo dalle
nostre fonti Marx ed Engels in quanto che il socialismo è piuttosto
un metodo, il metodo della dialettica applicato non solo ai pensieri
ma alla materia, alla storia, ma partiamo dalle opere marxiste allo
stesso modo che da quelle dei socialisti utopisti e vi aggiungiamo
le opere dei loro discepoli e commentatori non esclusi i pensatori
cattolici.
La lotta di classe si è rivelata molto più complessa
di quanto Marx pensasse e, inoltre, Marx si è sbagliato completamente
sul colonialismo, in realtà il livello di vita del proletario europeo,
non solo delle classi capitaliste, si è potuto elevare a deprimento
delle classi del terzo mondo.
L'Africa Occidentale è un paese sottosviluppato, dove
tradizionalmente non vi sono classi di salariati, dove il gruppo
non opprime l'individuo, dove il denaro non è la cosa più importante.
La situazione dell'Africa Occidentale non è quella del dominio di
una classe sull'altra ma quella di un popolo, di una etnia che domina
l'altro.
Il nostro umanesimo deve avere come oggetto l'uomo
dell'Africa Occidentale, ma non deve fermarsi all'Africa Occidentale,
nè alla sola Africa, non si può parlare di nazionalismo o di pan-negrismo
ma di pan-umanesimo che abbraccerà tutti gli uomini e tutto l'uomo,
spirito e materia, priorità della materia ma primato dello spirito.
Ai nostri compagni di colore che a Parigi negli anni
trenta, nel pieno del dibattito sulla negritudine, avevano abbracciato
il marxismo, noi contrapponevamo la cultura innanzitutto, la riscoperta
della vera cultura africana e dicevamo: "quando avrete finito la
rivoluzione economica e sociale, quando sarete riusciti ad elevare
il tenore di vita, non farete che imitare gli europei o i comunisti
sovietici e sarete nella migliore delle ipotesi consumatori di cultura,
non riuscirete a diventare produttori di cultura".
Ci sentivamo solidali con il lavoratori, con gli oppressi
europei ma solo per un tratto di strada". (1978 intervista televisiva)
La via africana al socialismo ricercata da Senghor
in venti anni di presidente del Senegal e inserita in un'idea evangelica
di civiltà dell'universale, può sembrare oramai un progetto datato
e astratto.
Il mito della negritudine del ritorno al regno degli
antenati è del resto aspramente criticato, negli ultimi anni, da
molti intellettuali africani soprattutto di estrazione marxista
e anglofona che contestano a Senghor una visione idilliaca e romantica
dell'Africa tradizionale.
Altri poeti africani, forse più arrabbiati, hanno
gridato più forte il profondo dramma dell'Africa, ma nessuno l'ha
espresso con la tragica bellezza e la limpidezza di Senghor. La
lezione più alta dell'opera di Senghor proprio dove lui attinge
ai miti della sua terra mussulmana, il suo tam-tam perduto nella
notte di Dakar è purtroppo anche il lamento funebre a un mondo che
scompare, l'ode ad un popolo liberato ma nuovamente depredato della
sua innocenza.
".......Per capire la storia dell'Africa bisogna
andare a Gorèe, un'isola di fronte a Dakar. Nell'isola di Gorèe
venivano concentrati gli schiavi provenienti da tutta l'Africa e
da lì partivano in convogli per l'America e per l'Antille. Venti
milioni di Africani sono arrivati nelle americhe, ma soltanto uno
schiavo su dieci arrivava vivo a destinazione, gli altri nove morivano
durante la razzia la prigione di Gorèe o durante il viaggio.
La tratta degli schiavi è costata all'Africa duecento
milioni di figli.
L'arretratezza dell'Africa non è dovuta alla povertà
del suo suolo o all'incompetenza dei suoi contadini ma è dovuta
alla tratta degli schiavi, ecco! in quella che è stata Gorèe per
decenni e decenni c'è la risposta a molti dei problemi africani
di oggi".
(1965 intervista televisiva)
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Dimentico le mani bianche
che premendo il grilletto fecero cadere gli imperi
le mani che fustigarono schiavi
e che li flagellarono
le vecchie mani vi schiaffeggiarono
le mani laccate e incipriate
che mi hanno schiaffeggiato
le mani sicure
che mi spinsero alla solitudine e all'odio
le mani bianche che abbatterono
la foresta di palme che dominava l'Africa
Spianarono le foreste d'Africa per civilizzarci
visto che scarseggiava il materiale umano
Signore soffocherò la mia riserva d'odio verso i diplomatici
che sorridono con i loro lunghi camini
e domani baratteranno carne nera
Il mio cuore Signore
si è sciolto come neve sui tetti di Parigi.
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