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  SENEGAL
PASSATO E PRESENTE
LA SUA CULTURA


All'estremo occidente della grande fascia di territorio distesa tra l'Atlantico e il mar Rosso, che gli arabi antichi chiamavano "bilad as - Sudan", il paese dei Neri, il fiume Senegal ritaglia l'attuale Repubblica del Senegal.

Tra il VI ed il V millennio a.C. a sud delle verdi praterie del sahara neolitico, prima che la desertificazione allontanasse dall'Hogar e da Tassili cacciatori e pescatori e riducesse a polvere le acque vive e i pascoli, l'area del delta interno del Niger brulicava di attività umane. Gli abitanti della Valle del Niger avevano inventato l'agricoltura e selezionavano e sfruttavano il sorgo, il miglio, alcune varietà di riso, il sesamo, la palma da olio e la cola. Da questo centro di gravità si diffusero verso nord e nord-est le grandi invenzioni civilizzatrici che crearono le condizioni materiali di autonomia alimentare e di vita domestica su cui si sarebbero poi sviluppati i grandi regni nilotici. Fino ai primi secoli dell'era cristiana le informazioni riferite all'attuale Senegal sono quasi esclusivamente di carattere paleontologico. La storia del Senegal antico non può essere separata da quella dei grandi imperi sorti nell'Africa occidentale tra il IV e il XVII secolo:

l'Impero del Ghana (IV - XI sec), del Mali (XIII-XVI sec.) e di Gao (fine XV-XVII sec.). L'Impero del Ghana, è nominato per la prima volta nel 970 d.C. da Ibn Hawkal, che viaggiò da Bagdad alle rive del Niger e lo descrisse come il paese più ricco della terra per via dell'oro. Nel 1076 gli Almoravidi conquistarono e distrussero la capitale del Ghana e in pochi anni la struttura dell'impero si disgregò; quasi contemporaneamente più a sud, un gruppo di Chefferies che dominava sul territorio compreso tra l'Alto Senegal e l'Alto Niger, diede origine ad un processo di fusione da cui prese il via l'Impero del Mali, uno dei più splendidi tra gli imperi Africani.

La potenza e la ricchezza dei suoi sovrani arrivò fino all'Europa, dove nel 1339, il cartografo Angelo Ducert lo rappresentò nella Carta del Mondo.
Il primo regno senegalese di cui si ha notizia storica è quello del Tekrur, tributario dell'Impero del Ghana, posto lungo il corso medio e inferiore del fiume Senegal. Nell'XI secolo il re accolse amichevolmente le avanguardie dei Berberi islamizzati che arrivavano dal sud del Marocco e che in poco tempo diventarono tanto potenti da portare i loro attacchi fino al cuore del Ghana. L'introduzione da parte loro dell'Islam, avrebbe cambiato la storia e ridisegnato la fisionomia culturale dell'Africa subsahariana.

Fino alla metà del XIV secolo i piccoli regni del corso inferiore del Senegal avevano vissuto nell'orbita del regno del Tekrur, in quest'epoca chiamata Fouta-Toro. Tra di essi nel corso del XIII-XIV secolo, assunse progressivamente importanza il regno JOLOF, considerato la culla della civiltà senegalese. Il regno Jolof estese il suo controllo su tutta la regione, inglobando i regni Wolof del Waalo, del Kadyor, del Baol, del Dimai e parte di Bambouk, oltre il regno Serere del Sinè-Saloum.

La storia precoloniale del Senegal copre un periodo compreso tra dieci e sedici secoli. In questo arco di tempo si è delineata la specificità sociologica del paese, legata alla presenza di etnie diverse, ognuna con proprie regole di parentela e di organizzazione. Alcune comunità erano strutturate molto semplicemente, non possedevano organizzazione statale e l'autorità politica non superava il confine del Villaggio; altre erano fortemente gerarchizzate e avevano espresso stati in cui i poteri erano centralizzati. Ad esclusione dei Diola e dei Balante della Casamance, la popolazione del territorio dell'attuale Senegal, viveva, allo sbarco dei Portoghesi, già da oltre un millennio nel quadro di stati organizzati, che sul piano delle strutture e della vita democratica potevano rapportarsi ai loro omologhi della stessa epoca situati a nord del Mediterraneo.

L'unità fondamentale di tutte le società tradizionali del Sudan occidentale, era la grande famiglia patriarcale, cioè un insieme di individui che si riconoscevano discendenti da un comune antenato, fondatore di una stirpe. Il soggetto principale del diritto era non l'individuo ma la Comunità, la famiglia allargata e il clan.

L'autorità era appannaggio degli anziani che avevano raggiunto una conoscenza profonda dei valori etici, delle norme e dei rituali sociali in cui il gruppo si riconosceva e dal cui rispetto dipendeva la sua sopravvivenza. Il potere degli anziani era largamente moderato da consigli democratici, in cui potevano sedere gli adulti e da cui in definitiva dipendevano le decisioni.

La divisione in Caste aveva un significato essenzialmente tecnico, esprimeva cioè la necessità di una distribuzione funzionale del lavoro sociale. Gli Stati Wolof si basavano su una struttura sociale fortemente gerarchica. Il vertice era riservato alla nobiltà, Garmi, e al di sotto si trovavano i cittadini, Ger, poi i contadini, Badolo, mentre le attività artigianali erano di competenza della casta dei Neno.

I Griots, controllavano la magia della parola e ciò conferiva loro uno status particolare, essi svolgevano alle corti dei re, l'informazione e la funzione di storici e biografi e la loro opinione poteva essere determinante per le decisioni più importanti.

All'ultimo gradino c'erano i Jam, gli schiavi, con un significato diverso da quello europeo o asiatico; essi condividevano lo status sociale fondamentale, godevano dei diritti politici e disponevano dei frutti del loro lavoro; solo gli schiavi prigionieri non avevano nè diritti nè proprietà personali e venivano usati come moneta di scambio.

Sotto l'influenza dell'Islam si formò una nuova categoria: quella dei Marabouts, che guadagnarono influenza solo nelle corti fino al XIX secolo. I primi europei sbarcarono sulle coste dell'Africa Occidentale nel XV secolo. I portoghesi fecero scalo ad Arguin, a nord del fiume Senegal. A partire dal XVI secolo si affacciarono sulle coste africane gli Olandesi, gli Inglesi ed i Francesi.

L'Africa Occidentale si presentò come un serbatoio di uomini docili e robusti a cui attingere con poca spesa e pochi rischi: si avviò così un commercio di schiavi e di materiali mai visto nella storia dell'umanità.

Lungo tutto il XVII e il XVIII secolo i francesi, inglesi e olandesi si dettero battaglia per il controllo della regione, finchè il Trattato di Versailles del 1783 assegnò definitivamente ai francesi il territorio del Senegal.

Ovviamente l'arrivo degli europei ruppe gli equilibri politici locali e generò discordie e tensioni crescenti, degenerando spesso in guerre civili, per questo, quando i francesi si aggiudicarono il primo posto tra i concorrenti europei nella corsa alla spartizione di questa regione dell'Africa, si trovarono di fronte ad una realtà politica destrutturata e popolazioni indebolite e divise.

Il XIX secolo inaugurò un periodo nuovo per il Senegal, segnato da due avvenimenti determinanti: l'abolizione del commercio degli schiavi e l'annessione alla Francia.

Nel 1816 re Luigi XVIII nominò il colonnello Schmalz suo rappresentante e amministratore per il Senegal e i territori limitrofi. Il suo primo atto fu la riconquista dell'isola di Gorèe e della città di Saint Louis, ancora in mano inglese. Compito del Governatore era quello di avviare la colonizzazione agricola all'interno, puntando sulla coltivazione dell'arachide e del cotone. Dal 1817 al 1854 si succedettero in Senegal 34 governatori e fu fatta l'annessione alla Francia del regno del Waalo, in cui nel 1830 il Marabout Diile aveva dato vita ad una effimera teocrazia islamica.

La conquista territoriale proseguì sotto il pugno di ferro di Louis Faidherbe, considerato il fondatore del Senegal moderno, ma i piani di Faidherbe si dovettero misurare con la resistenza delle popolazioni locali. dal 1852 al 1864 il profeta guerriero El Hadj Omar condusse una guerra santa nell'est del paese scontrandosi ripetutamente con i francesi. Nel 1882 i francesi considerarono la pacificazione del Senegal abbastanza avanzata da consentire l'insediamento di un governatore civile, cosicchè a questi anni turbolenti succedette il periodo delle annessioni.

La conferenza di Berlino del 1884-1885 delimitò le sfere di influenza delle potenze coloniali. la Francia ebbe la parte del leone nell'Africa Occidentale, e si organizzò una federazione denominata Afrique Occidentale Francaise (AOF). La filosofia coloniale francese era ispirata ai principi di ugualitarismo della rivoluzione francese del 1789 e per questo i francesi si sentivano tenuti ad un'opera di educazione e di superamento della disuguaglianza; era quindi necessario trapiantare in Africa la cultura, lo stile di vita e le forme amministrative e legislative francesi, affinchè i suoi abitanti potessero acquisire lo status di cittadini francesi. Lo status di cittadino francese venne riservato solo ai residenti dei quattro Comuni di S.Louis, Gorèe, Dakar e Rufisque, ma solo una piccola parte di essi riuscì ad esercitare il proprio diritto di voto.

L'utopia dell'assimilazione si espresse anche sul piano culturale. Da questo punto di vista la politica coloniale puntò sulla formazione di una èlite indigena, che per grado di istruzione potesse occupare i livelli bassi dell'apparato amministrativo e si incaricasse di diffondere tali principi tra il resto della popolazione. Nel 1855 il Faidherbe aveva promesso l'apertura della prima scuola pubblica: "La scuola degli Ostaggi", frequentata dai figli dei capi, che all'uscita di questa scuola, conoscevano meglio la storia dei Galli che quella dei loro antenati.

Nel 1910 fu fondata a S.Louis "L'Aurore de St.Louis", e due anni dopo, nasceva "Jeune Senegalais", prima associazione che dava forma ai desideri della nascente borghesia autoctona e del ceto medio.

La seconda guerra mondiale significò per il Senegal la scomparsa dei prodotti di importazione, l'indebolimento del mercato e la requisizione da parte dei francesi di tutto il raccolto ed una gran parte della popolazione giovane inviata alla guerra.

Nel 1945 alle prime elezioni del dopoguerra, Lamine Gueye risultò eletto nel "Collegio dei cittadini" e Senghor in quello dei "sudditi" dell'interno. Da quasi subito si delineò una contrapposizione fra i due a causa del diverso atteggiamento verso la "madrepatria".

Nel 1948 Senghor fondò il "Bloc Democratique Senegalais", un partito che concentrerà la propria attenzione politica sul mondo rurale e le minoranze non Wolof, che gli dettero una vittoria schiacciante alle elezioni politiche del 1951. La sua visione politico culturale troverà espressione nel contestato concetto di "nègritude", termine coniato dal poeta caraibico Aimè Cèsaire, per definire la coscienza e l'accettazione della cultura e della storia negro-africana.

L'idea della "nègritude", nata inizialmente per esprimere un sentimento di reazione alla cultura coloniale, perderà presto il suo vigore politico, riducendosi all'esaltazione letteraria di un mitico passato precoloniale e di un'Africa tradizionale innocente e pura.

Il 1954 fu un anno infausto per l'anima coloniale della Francia: il generale Gap chiuse a Dien Bien Phu il capitolo indocinese e lo stesso anno il Fronte di Liberazione Algerino iniziò la lotta per l'indipendenza. la Francia cominciò a domandarsi se avere ancora le colonie fosse un buon affare e nel 1956 fu approvata la Legge Quadro che dava una semi autonomia alle colonie. In Senegal essa abrogava le distinzioni tra sudditi e cittadini e concedeva il suffragio universale a uomini e donne. Il 13 maggio 1958 il putch militare di Algeri provocò il crollo della Quarta Repubblica e il ritorno di De Gaulle.

La nuova Costituzione prevedeva la ridefinizione dei legami tra la Repubblica ed i popoli ad essa associati. Il Senegal preferì non uscire dall'ombrello francese e rimanere in una organizzazione in cui la Francia continuava a dare il La, mantenendo per sè il controllo della politica estera e tutte le decisioni in materia economica. Nel 1960, il 28 settembre, la Repubblica del Senegal e il Sudan francese che si chiamerà Repubblica del Mali, entrarono separatamente all'ONU.

La Costituzione della Prima Repubblica Senegalese era ricalcata sul modello francese e Senghor e Dia si erano aggiudicati le due massime cariche di presidente della Repubblica e di presidente del Consiglio. In presenza del potere le loro differenze di stile personale e di posizioni politiche divennero sempre più nette. Il primo era un conservatore filofrancese, il secondo era più favorevole a riforme rapide, radicali, contrario all'ingerenza delle confraternite musulmane.

Il contrasto fra i due superò il punto di non ritorno, quando Dia propose il piano economico quadriennale, che metteva il pericolo l'influenza delle imprese private francesi. Accusato di attentato alla Costituzione, Dia venne arrestato e condannato all'ergastolo. La crisi della Prima Repubblica portò ad una revisione costituzionale e di orientamento decisamente presidenzialista. Fu abolita la carica di Primo Ministro e della proprietà collettiva, e si delineò la tendenza ad un regime a partito unico.

Alla fine del 1966 tutti i partiti dell'opposizione erano scomparsi. In assenza di organizzazioni politiche furono gli studenti ed i sindacati a scendere in piazza per protestare, e a Dakar raggiunsero particolare asprezza. Senghor reagì a tutto questo ripristinando la carica di Primo Ministro che fu data ad un giovane tecnocrate, Abdou Diouf, pupillo del presidente. Nella prima metà degli anni 70 la situazione economica si aggravò, le elezioni del 73 si svolsero in un clima di intimidazioni tali che riportarono Senghor al potere, ma nel 1974 si costituì il PDS, il Partito democratico senegalese, fondato da Abdoulaye wade, che fu il primo segnale di cambiamento.

Solo a partire dal 1976, si ritennero arrivati i tempi maturi per ufficializzare la liberalizzazione del regime. Ai prigionieri politici fu concessa l'amnistia e Mamadou Dia ritornò in libertà, fu resa inoltre possibile la formazione di partiti dell' opposizione. la Costituzione ammetteva solo tre partiti che dovevano avvalersi delle tre correnti di pensiero stabilite per legge: democrazia liberale, democrazia socialista, comunismo o marxismo.Leninismo. Ecco quindi il PDS di Wade, il PS di Senghor, il PAI di Majhmout Diop.

Nel 1978, Senghor, riottenne la riconferma del suo quinto mandato, in un clima sempre più aspro e di assedio. Nel 1980, "Le Monde", annunciò le imminenti dimissioni di Leopold Senghor. Ufficialmente egli si congedava per motivi di età, lasciandosi dietro una situazione spinosa. Studenti e insegnanti erano di nuovo in agitazione e la siccità e l'aumento del prezzo del petrolio rendevano sempre più critico il momento economico.

Dal punto di vista politico, Senghor lasciava una eredità più positiva: quasi un caso unico nella storia Africana, egli aveva mostrato tolleranza e rispetto per le regole del gioco democratico, non aveva mai troppo abusato del potere politico ed era riuscito quasi sempre a sopportare l'oppsizione, evitando che il regime prendesse forme apertamente dittatoriali. Il 1 gennaio 1981 Abdou Diouf, prestava giuramento come nuovo presidente della Repubblica Senegalese.

I suoi primi atti politici furono insieme di continuità e di cambiamento. Diouf mantenne agli incarichi i vecchi baroni di Senghor, ma abrogò le limitazioni al numero dei partiti. Alle elezioni del 1983, vi erano già 15 partiti, ma grazie alle confraternite musulmane, quelle dei Mourides e dei Tidjanes, Diouf ottenne una vittoria netta.

Il senegal di Diouf, due volte riconfermato presidente nelle elezioni del 1988 e del 1993, ha visto approfondirsi gli squilibri e le difficoltà che avevano già caratterizzato i primi vent'anni della sua vita di stato indipendente: sviluppo industriale carente, difficoltà di diversificazione della produzione agricola, presenza di un apparato burocratico-amministrativo oneroso e inadeguato, mancanza di una autonomia finanziaria e conseguente vertiginoso aumento del debito estero.

A suo sfavore hanno giocato la stagnazione economica mondiale e la caduta sul mercato internazionale dei prezzi dell'arachide e dei fosfati, nostre risorse fondamentali. La conseguenza negativa di questa situazione si è avvertita su tutti i piani, da quello dell'istruzione a quello della sanità, da quello dello standard di vita e dell'alimentazione a quello dell'occupazione.

Le disuguaglianze sociali e la frattura tra città e campagna si sono approfondite. Nel complesso si è assistito ad un degrado progressivo degli indicatori sociali, rivelatore di una profonda insufficienza dello sviluppo umano del paese. Il reddito procapite è ancora fermo ai livelli degli anni 60 e paradossalmente per un paese agricolo, il Senegal importa oltre un terzo del fabbisogno alimentare.

Di fronte a questa crisi, la democrazia senegalese ha dimostrato di essere sempre più un prodotto per l'esportazione, grazie al quale i finanziamenti sono copiosi e le istituzioni internazionali si mostrano prodighe e sensibili nei confronti del paese.

Attualmente è in carica dal 2000 il presidente Abdoulaye Wade.

 

 

ETNIE  

I Wolof, sono l'etnia numericamente e socialmente più importante e costituiscono circa il 40% della popolazione, sono fortemente urbanizzati ed hanno un quasi monopolio dell'amministrazione dello stato e del settore moderno. La lingua più diffusa è tipicamente wolof e anche la coltura dell'arachide fa parte della loro tradizione culturale. Il secondo gruppo sono i Serere, 20% della popolazione, e risiedono nella regione del Sinè-Saloum. Originari della Mauritania, sono allevatori ed agricoltori e rappresentano un pò nell'immaginario collettivo degli antropologi il "contadino nero tipo". Sono anch'essi musulmani e solo un 15% si è convertito alla fede cattolica.

I Peul, abitano la valle del Senegal e in Casamance, popolo di pastori nomadi di origine sconosciuta, forse imparentati con le popolazioni camitiche della Nubia e dell'Etiopia.

I Toucouleur, i primi africani sotto il Sahara a convertirsi all'Islam. Sono il 13% della popolazione senegalese, vivono ancora di agricoltura e abitano nella valle media del Senegal.

I Diola, sono il 7% della popolazione, sono originari della Bassa Casamance, dove vivono coltivando riso rosso e bianco con tecniche autenticamente africane. Essi vivono in villaggi dove non esistono capi, caste e schiavitù e gli unici punti di riferimento sono la famiglia ed il clan.

I Lebou, anch'essi originari della Mauritania, 2% della popolazione, sono coltivatori e pescatori, sono famosi per la temerarietà con cui affrontano il mare in piroghe. Anch'essi islamici e abitano nella penisola di Cap-Vert.

I Mandingue, discendenti dei fondatori dell'antico regno del Mali, sono dispersi in molti paesi dell'Africa Occidentale. Oggi essi vivono di agricoltura nei villaggi della Casamance orientale. Complessivamente sono l'8% della popolazione attuale.

In Senegal si parla una dozzina di lingue: ne deriva un lungo elenco di problemi che hanno a che vedere con l'effettiva creazione dell'unità nazionale, con le possibilità di relazioni fra gruppi etnici diversi, con le opportunità di accesso all'informazione in tutte le sue forme e infine con la facoltà da parte dei cittadini di comunicare con l'amministrazione statale e di partecipare alla vita pubblica. Queste difficoltà sono mitigate dal fatto che l'80% dei senegalesi è in grado di parlare la lingua Wolof, che conosce come lingua materna o seconda lingua. La lingua dell'antico colonizzatore, il Francese, occupa un ruolo di primo piano nelle relazioni fra cittadini e lo stato, perchè la Costituzione senegalese ha riconosciuto il francese come lingua ufficiale, mentre un decreto del 1971 ha promosso a lingue nazionali il wolof, il sèrere, il peul, il mandingue, il diola e il sonninkè.


 

MITI E ANIMISMO - RITI E TRADIZIONI

I LEBU: un popolo che viene da lontano
I Lebu, stanziati nella penisola di Capo Verde, rappresentano il 15,7% della popolazione di questa zona (50.000 circa Benché considerati spesso come un sottogruppo wolof poiché parlano questa lingua anche se con sfumature proprie, i Lebu rivendicano una loro specificità culturale. Verso i secoli XI e XII, dopo aver lasciato l'Hodh mauritano, i proto-Lebu si ritrovarono a vivere sulle sponde del fiume Senegal insieme a gruppi di altre etnie in via di differenziazione; una lunga convivenza che spiega oggi l'esistenza della "parenté à plaisanterie" tra Lebu, Sereer e Tukuleur. La caduta dell'impero del Ghana (1076), la disorganizzazione di quello del Tekrur e la persistenza della siccità nel Sahel, che spingeva le tribù berbere verso sud, determinarono una serie di ondate migratorie delle popolazioni del Futa Toro verso sud-ovest.. Nella loro marcia verso il sawub janta, laddove tramonta il sole, i Lebu raggiunsero infine il Diander). Altri gruppi preferirono seguire il litorale da Saint-Louis alle niayes. Il lago Retba e il lago Mbaouane rappresentavano una riserva di acqua, pesce, selvaggina, frutta, olio e vino di palma. La regione prese il nome dal verbo diend, 'comprare", poiché era il luogo dove i Lebu praticavano il baratto con i commercianti del Cayor. Fondarono alcuni villaggi e poi si divisero in due branche (clan massimali). I Lebu sono detti yeeni géej, "la gente del mare" : Familiarizzatisi con la pesca durante la loro permanenza nell'Hodh e poi sul fiume Senegal, essi ne fecero la loro attività principale, integrata dall'allevamento e dall'attività agricola, oggi da quella ortofrutticola di commercializzazione delle niayes. Tuttora, i Lebu restano i signori incontestati delle acque insieme ai Sereer Noominka delle isole del Saloum, ai Wolof di Guet Ndar (Saint-Louis) ed ai Subalbe (Tukulér) del fiume Senegal. Cerimonie annuali (Dakar, Yoff) o biennali (Rufisque), durante le quali vengono uccisi uno o più manzi, hanno lo scopo di propiziare gli spiriti (rab, tuu) che abitano la costa e il mare.

Controllo rituale degli elementi
Secondo la tesi di Marguerite Dupire, un gruppo poteva occupare pacificamente un luogo solo attraverso il controllo rituale di certi elementi inanimati e/o animati che divennero in seguito dei totem clanici, i quali ci informano sulla storia, l'organizzazione sociale e l'alimentazione delle origini. La considerazione di cui godono certi animali va oltre la nozione di semplice interdetto alimentare e ci rinvia piuttosto ad una vecchia alleanza. A Yoff, per esempio, la cattura di uno yuur, pesce che porta il nome del clan, comportava una serie di riti funebri che impedivano la contaminazione magica del resto del clan. Il pescatore, ricoperto da un tessuto bianco, si stendeva su una barella a fianco ad un'altra barella dove si trovava il pesce avvolto in un drappo bianco e, in seguito, veniva sottoposto ad un lavaggio purificatorio. A jilax, il delfino, salvatore dei naufraghi, vengono offerti cuscus e uova in segno di ringraziamento.

La donna-pesce
Eroe culturale Jilax designa anche la sirena, la donnapesce che avrebbe insegnato ai Lebu le tecniche di pesca d'altomare e che compare ai pescatori con una calebasse sulla testa: essa offre cibo e amore a chi vuole unirsi con lei nelle acque marine. La sirena, che nuota indisturbata lungo la costa diffondendo una pallida luce, abita la scogliera di Popenguine (dal wolof boppu ginne, " la testa del jinn ") dove prende il nome di Maam Kumba Cupaan. A Sangomar è conosciuta come Maam Yungume. Presso lagune e paludi salmastre, essa preferisce prendere le forme del lamantino e diviene animale-totem del clan matrilineare sereer Jaxanoora e della famiglia Sarr. Scogli, isolotti, spiagge, laghi e stagni costituiscono l'habitat privilegiato di creature ambigue dal potere di vita e di morte. Numerosi sono i luoghi da evitare o da frequentare con prudenza, diversi i pesci da avvicinare con una certa precauzione magica: suddi, lo squalo blu, mbagènda, la balena, gaynde géej, "il leone del mare" cioè lo squalo, le razze, leraw, il lamantino, la tartaruga marina. "Il mare è come una giungla. Ci si entra con dei jat (versetti magici) "(Bayda Mbengue, pescatore lebu).

Gli spiriti protettori
Il grande santuario-dimora degli spiriti delle coste senegalesi, da Sait-Louis a Banjul, si trova sotto la lingua di sabbia mobile di Sangomar, punta estrema sull'oceano alla foce del fiume Saloum, e che è anche il luogo di incontro delle anime dei morti e la porta per l'aldilà . Questi spiriti, apparentati fra loro e per la maggior parte femminili, sarebbero stati i primi abitanti del litorale e sono considerati gli antenati mitici uterini dei clan fondatori. Per tale ragione, il loro nome è preceduto da maam, termine che indica gli ascendenti di una famiglia. Gli spiriti (rab) più importanti, riconosciuti e onorati (tuur) hanno un altare in una corte familiare. Esso è costituito da un grosso canari coperto e riempito d'acqua dolce e pezzi di radici, da alcuni canari più piccoli rovesciati e con il fondo forato e da piloni infossati. Inoltre è riservato loro un angolo di spiaggia dove vengono fatte le offerte di latte cagliato, di palline di miglio crudo pestato e mescolato con acqua zuccherata. Il culto familiare o collettivo rinnova una vecchia alleanza che si traduce per il gruppo in protezione e assistenza nella vita quotidiana. Raramente il tuur possiede un individuo. Ciò avviene quando quest'ultimo eredita la funzione di boroom xamb e boroom tuur (prete) di un villaggio, di un clan o di un lignaggio.

Capi religiosi e capi politici
La tradizione orale è povera di dettagli riguardo l'ordine di arrivo dei clan e delle prime alleanze magico-rituali con gli spiriti del luogo. Sappiamo che l'antenato degli Ndoye poté stabilirsi al quartiere Ndankou di Rufisque solo dopo aver incontrato Maam Kumba Lombo. Il rab gli indicò il luogo dove offrirgli i sacrifici e gli rimise una lancia (xeej), come simbolo della loro alleanza, oggi conservata dalla discendente Adja Oulimata Diop. Una lancia simile fu donata da Maam Njare di Yoff al più vecchio del clan matrilineare Sumbaar (Been).Queste lance, ornate di piccoli corni sui quali sono cuciti dei cauri, sono il ricettacolo di forze straordinarie per cui vengono mostrate in pubblico solo in occasioni precise. La lancia è l'attributo del saltige, l'indovino che prevede, all'avvicinarsi delle piogge dell'hivernage, il bene ed il male dei mesi a venire. Un tempo, egli indicava anche i giorni propizi per cominciare i lavori campestri e vegliava mentalmente le coltivazioni per proteggerle contro i ladri e gli animali selvatici. Se il saltige è ancora oggi il guardiano spirituale del gruppo, il jaraaf ne era il capo politico. Scelto tra i membri di uno dei clan matrilineari del clan massimale Sumbejun, i jaraaf era nominato dallo ndey ji jambur, che rappresentava il consiglio degli anziani, dopo essere stato "covato" (boof) magicamente per otto giorni nella casa del saltige. L'autorità del jaraaf era controbilanciata dallo ndei ji rew, appartenente al clan massimale Been che aveva il potere di convocarlo con gli alti dignitari del consiglio degli anziani. Esisteva quindi una sorta di dipendenza mistica e sociale del jaraaf dal clan dei Been che potrebbe spiegarsi con la priorità di arrivo di quésto clan che per primo avrebbe stretto delle relazioni sacre privilegiate con gli spiriti del luogo specializzandosi così nell'attività rituale. Significativo è il fatto che il termine bee si riferisca al mondo naturale, la "sabbia bianca", mentre sumbejun significhi "cominciai qualcosa di difficile": ci fu quindi una spartizione o specificazione dei poteri via via che i clan arrivavano e si stanziavano definitivamente.

Rituali animasti per spiriti erranti
Il rab è un essere errante che si crede possa far ammalare e rendere folli una o p ù persone, non necessariamente apparentate. E' necessario allora, attraverso il rituale dello ndép che comporta vari sacrifici animali e danze di possessione, individuare lo spirito, farlo uscire dal corpo del posseduto e fissarlo in un altare. L'ammalato in via di guarigione verrà due volte alla settimana (Lunedì e Giovedì) a lavarsi con l'acqua del canari del suo rab e la boroom xamb si occuperà delle offerte. Durante le cerimonie annuali dedicate ai tuur, coloro che sono guariti prestano il loro corpo ai rab che li posseggono dopo essere stati evocati dai battitori dei tam-tam con ritmi propri ad ognuno di loro (bakk). Il boroom rab cade in trance, gli occhi strabiliati, la bava alla bocca, a volte piange a volte ride, canta, insulta i presenti, sputa, si denuda, poi cade in trance. Allora i tamburi tacciono, la persona incosciente viene fatta stendere e lentamente torna in sé. Talvolta è necessario l'intervento della ndèpkat, la guaritrice, che pronuncia degli esorcismi nelle orecchie del posseduto, ne pressa il costato e lo libera. Questi si siede, beve del latte cagliato con dentro una polvere di erbe e di radici (sunguf réen) e si riposa.

 

 

  La società senegalese

E' composta da gruppi etnici diversi, che, malgrado le continue migrazioni e l'attuale intersezione sul territorio, tendono a mantenere una identità distinta.

I Wolof, sono l'etnia numericamente e socialmente più importante e costituiscono circa il 40% della popolazione, sono fortemente urbanizzati ed hanno un quasi monopolio dell'amministrazione dello stato e del settore moderno. La lingua più diffusa è tipicamente wolof e anche la coltura dell'arachide fa parte della loro tradizione culturale. Il secondo gruppo sono i Serere, 20% della popolazione, e risiedono nella regione del Sinè-Saloum. Originari della Mauritania, sono allevatori ed agricoltori e rappresentano un pò nell'immaginario collettivo degli antropologi il "contadino nero tipo". Sono anch'essi musulmani e solo un 15% si è convertito alla fede cattolica.

I Peul, abitano la valle del Senegal e in Casamance, popolo di pastori nomadi di origine sconosciuta, forse imparentati con le popolazioni camitiche della Nubia e dell'Etiopia.

I Toucouleur, i primi africani sotto il Sahara a convertirsi all'Islam. Sono il 13% della popolazione senegalese, vivono ancora di agricoltura e abitano nella valle media del Senegal.

I Diola, sono il 7% della popolazione, sono originari della Bassa Casamance, dove vivono coltivando riso rosso e bianco con tecniche autenticamente africane. Essi vivono in villaggi dove non esistono capi, caste e schiavitù e gli unici punti di riferimento sono la famiglia ed il clan.

I Lebou, anch'essi originari della Mauritania, 2% della popolazione, sono coltivatori e pescatori, sono famosi per la temerarietà con cui affrontano il mare in piroghe. Anch'essi islamici e abitano nella penisola di Cap-Vert.

I Mandingue, discendenti dei fondatori dell'antico regno del Mali, sono dispersi in molti paesi dell'Africa Occidentale. Oggi essi vivono di agricoltura nei villaggi della Casamance orientale. Complessivamente sono l'8% della popolazione attuale.

In Senegal si parla una dozzina di lingue: ne deriva un lungo elenco di problemi che hanno a che vedere con l'effettiva creazione dell'unità nazionale, con le possibilità di relazioni fra gruppi etnici diversi, con le opportunità di accesso all'informazione in tutte le sue forme e infine con la facoltà da parte dei cittadini di comunicare con l'amministrazione statale e di partecipare alla vita pubblica. Queste difficoltà sono mitigate dal fatto che l'80% dei senegalesi è in grado di parlare la lingua Wolof, che conosce come lingua materna o seconda lingua. La lingua dell'antico colonizzatore, il Francese, occupa un ruolo di primo piano nelle relazioni fra cittadini e lo stato, perchè la Costituzione senegalese ha riconosciuto il francese come lingua ufficiale, mentre un decreto del 1971 ha promosso a lingue nazionali il wolof, il sèrere, il peul, il mandingue, il diola e il sonninkè.

La società senegalese attuale non può essere descritta in termini di semplice contrasto tra tradizione e modernità. Le forme pure della società tradizionale, infatti, non esistono praticamente più, ma anche la formazione delle classi e degli strati sociali moderni è tutt'ora incompiuta. Malgrado la comparsa dell'individualismo e una certa "razionalizzazione" dei rapporti umani, conseguenza dell'istruzione, dell'urbanizzazione e della diffusione dell'economia monetaria e del commercio, la maggior parte dei senegalesi continua a concentrare i propri rapporti sociali sulla parentela e l'origine etnica. Ciò che ne deriva, fermo restando il carattere fortemente gerarchico di tutte le grandi etnie senegalesi, è una forma di interclassismo su base etnica, che non annulla diseguaglianze e contraddizioni, ma le assorbe nella logica clientelare del patronage. Questo istituto, che si giustifica attraverso la necessità per i contadini poveri ed analfabeti di poter contare su un patron influente e familiare con il mondo moderno, è l'anima reale di molti organismi, primi fra tutti i partiti politici, e ne rappresenta una rilettura secondo una logica tradizionale.

La famiglia è l'ambito nel quale l'imperfetta fusione tra tradizione e modernità dà origine alle contraddizioni pIù evidenti. La legge riconosce due forme di matrimonio: monogamico e poligamico, con un massimo di quattro mogli, secondo la prescrizione del Corano.

Anche se mancano dati statistici nazionali, si pensa che i matrimoni poligamici siano in diminuzione, sopratutto per motivi di carattere economico.

Nelle campagne la poligamia presuppone l'esistenza del keur, la residenza comune, composta di costruzioni raccolte intorno ad uno spazio aperto, dove ogni moglie ha assegnato una o più abitazioni per sè e per i propri figli. In città è già un lusso per un uomo potersi permettere, a trent'anni, una sola moglie ed una casa vivibile.

L'Istruzione, ovvero il tasso di alfabetizzazione della popolazione senegalese, varia da luogo a luogo. Si trova un 57% nella zona di Dakar, e si arriva a solo il 18 % nelle zone di Louga e Diourbel. Gli stanziamenti destinati all'istruzione sono sensibilmente diminuiti negli ultimi anni ed i tagli hanno colpito sopratutto l'istruzione primaria. L'impossibilità di pagare i maestri ha fatto sciogliere molte classi, mentre in altre sono stati introdotti i doppi turni. Inoltre la mancanza di materiale didattico, un libro di lettura ogni 2 allievi, un libro di aritmetica ogni 10 e solo la metà dei quaderni necessari.

L'ordinamento scolastico prevede tre anni di educazione prescolare (dai 4 ai 6 anni), sei anni di scuola elementare (dai 7 ai 12 anni), quattro anni di scuola media (13/16), e un insegnamento secondario di 2 anni di formazione professionale breve, di 3 anni di secondaria tecnica professionale, o di 4 anni di scuole normali regionali.

L'Università di Dakar e Saint-Louis comprendono facoltà sia umanistiche che scientifiche e sono considerate il fiore all'occhiello dell'educazione nazionale, anche se per entrare a far parte dell'intellighenzia non guasta aver passato qualche anno nelle università francesi.

 
Che cosa speravate
nel togliere il bavaglio
che chiudeva queste bocche nere?
Che intonassero le vostre lodi?
Queste teste, che i nostri padri
avevano piegato con la forza fino a terra,
pensavate forse che,
quando si fossero risollevate,
vi avrebbero guardati con occhi adoranti?
Ecco gli uomini in piedi che ci guardano,
e io vi auguro di sentire,
l'emozione profonda di essere visti.

J.P. Sartre
 

 

 


LEOPOLD SEDAR SENGHOR

Oltre il Senegal

 

Paese di utopie, di grandi aspettative deluse, ma anche di integrazione di elaborazione tra le varie etnie e comunità religiose, il Senegal racchiude a livello politico sociale e culturale tutte le speranze i timori i sogni e i fallimenti dell'Africa post-coloniale. L'unico dato in continua ascesa è quello della popolazione che cresce ai ritmi più alti del pianeta fra il 6% e il 10 % annuo, cioè il raddoppio circa ogni 10 anni, da qui la forte spinta all'emigrazione che ha inizio nelle regioni del nord, vicino al deserto della Mauritania, dove l'unico lavoro consiste nella coltivazione dell'arachide che permette di guadagnare 1,50€ al giorno per 3 mesi all'anno e dove interi villaggi, oramai, vivono esclusivamente su una economia basata sulle rimesse degli emigrati. Ma il primo passo di questo vero e proprio esodo è l'arrivo nella grande città, nell'immensa periferia di Dakar, dove vivono oltre 2 milioni di persone sui 10 milioni complessivi di abitanti che ha l'intero Senegal.

Tutti i giorni famiglie venute dall'interno del Senegal dalla Guinea o dal Mali depositano i loro bagagli e la loro vita in questo enorme agglomerato di casette basse costruite con materiali di recupero per lo più abusivamente, in mezzo alla sabbia e in riva al mare; un territorio vastissimo formato da tanti quartieri in un insieme di strade di sabbia intrigate fra loro nel disegno irripetibile di un'architettura spontanea.

A Dakar come in altre grandi città africane si può cogliere l'enorme disparità fra un ambiente urbano di tipo europeo, rappresentato dalla città coloniale e dalle nuove estensioni tecnologiche, ed un habitat più prossimo ai modelli culturali del villaggio africano. Non appena si superano i confini della grande città il cambiamento è immediato e radicale, sembra davvero un altro mondo, questa Africa marginale che non è l'Africa millenaria della campagna e non è città, questo mondo che vive vicino alla metropoli ma è escluso dalla grande società, possiede vitalità e dinamismo che gli permette di vivere o perlomeno sopravvivere con lavori marginali e con i traffici più inaspettati.

Ai confini del sistema di vita occidentale e nell'impossibilità di essere invitati alla festa consumistica, i senegalesi, come gran parte degli abitanti del terzo mondo, intelligentemente, utilizzano gli scarti di quel sistema dal quale sono irrimediabilmente esclusi. E il lavoro marginale è la grande risorsa dell'Africa, forse in questo momento, l'unica speranza oltre all'emigrazione per i 100.000 giovani senegalesi che ogni anno entrano nel mercato del lavoro con pochissime possibilità di trovare un vero impiego. Povero ma non miserabile, questo pianeta periferico conserva una grande dignità e una bellezza quasi pasoliniana, in un fermento continuo di cultura tradizionale e contaminazioni occidentali.

L'islamismo perpetua l'impostazione patriarcale della società senegalese, ma il ruolo della madre all'interno della famiglia è importantissimo ed è a lei che è assegnata la responsabilità delle relazioni di gruppo.

Intessuta di credenze animiste quella dei senegalesi è una fede semplice e forte nello stesso tempo, c'è un'adesione completa alla religione, un entusiasmo non filtrato attraverso i nostri ripensamenti critici, e la grande eredità della cultura umanista e del socialismo utopico di Senghor è l'estrema tolleranza culturale e religiosa, per cui i cattolici pur essendo una esigua minoranza godono uguali diritti dei musulmani e ogni etnia anche la più piccola ha uguale dignità sociale e conserva le proprie tradizioni. Del resto Sengor pur essendo cattolico ha governato per 20 anni un paese dove il 90% della popolazione è musulmana pur appartenendo all'etnia Serer che non è l'etnia maggioritaria del Senegal.

 
Chi lancerà il grido di gioia
per risvegliare i morti e orfani e l'aurora
chi restituirà la memoria della vita
all'uomo dalle speranze sventrate.

Ci dicono uomini del cotone, del caffè, dell'olio
ci dicono uomini della morte.
Noi siamo gli uomini della danza
i cui piedi rinvigoriscono colpendo il suolo duro.
 

Leopold Sedar Senghor nasce in un villaggio di pescatori vicino a Dakar nel 1906, di religione cattolica, compie i primi studi presso le scuole missionarie. Studia all'università della Sorbona. Combatte con la Francia durante la seconda guerra mondiale, trascorre un periodo in un campo di concentramento.
Nel 1945 viene eletto rappresentante del Senegal all'Assemblea Nazionale Francese. E' stato Presidente del Senegal dal 1960 al 1980; ritiratosi poi dalla vita politica vive gli ultimi suoi anni in Francia.
Senghor ha unito sempre la sua attività di poeta a quella di politico. Raffinato poeta è stato uno degli intellettuali più in vista della rinascita culturale e politica del continente africano.
Con altri scrittori neri sviluppa il concetto di "Negritudine", approntando un programma di liberazione pacifica attraverso la poesia e la politica per recuperare il patrimonio culturale della civiltà africana. "....... la negritudine è il patrimonio culturale i valori e soprattutto lo spirito della civiltà negro-africana.
La negritudine è una qualità del sentire che l'uomo nero porta con se costantemente, è la matrice della sua identità umana profonda non solo una forma di orgoglio razziale su cui costruire la rivolta alla oppressione bianca. Il nero ha i sensi aperti a tutti i contatti alle più lievi sollecitazioni, sente prima di vedere l'oggetto, reagisce alle onde che esso emette dall'invisibile.
Il bianco europeo tiene l'oggetto a distanza, lo guarda, lo analizza, lo distrugge o perlomeno lo soggioga per utilizzarlo. Il bianco procede alla conoscenza del mondo con la ragione discorsiva, la ragione dell'occhio della razionalità.
Il nero usa la ragione intuitiva che va al di là del visibile fino alla ragione nascosta dell'oggetto puro, va al di là del segno fino ad afferrarne il senso.
Per il bianco ogni cosa è vera o falsa, buona o cattiva. Il mondo dei bianchi è quello della dicotomia e dell'opposizione, il mondo dei blocchi.
Per il nero africano ogni cosa, ogni forza è di per se un nodo di forze elementari maschili e femminili, per esempio, la cui realizzazione personale può provenire soltanto dall'accordo di questi elementi. Questo spiega come il nero abbia un senso così sviluppato della solidarietà fra gli uomini; la società tradizionale africana diversamente dalla società europea, è una società comunitaria in quanto formata più da una comunione di anime che da un aggregato di individui; è una società solidaristica naturalmente socialista ......." (1965 intervista televisiva)

 
Popoli del Sud nei cantieri,
nei porti, nelle miniere,
nelle manifatture e la sera
segregati nei recinti della miseria,
le braccia appassite,
il ventre cavo occhi e labbra immensi
invocanti un Dio impossibile.
Potevo rimanere sordo
a tante sofferenze derise?
 

Come presidente per venti anni di un paese povero di risorse come il Senegal, Senghor si scontrerà con i problemi irrisolti dell'eredità francese, con la contestazione e la ribellione interna di generali e ministri e con il potere delle confraternite religiose musulmane. Il suo sarà un governo forte ma democratico, legato alla Francia, ma che investirà molto sulla cultura e sull'orgoglio africano. Basti ricordare la creazione dell'università di Dakar, la più importante dell'Africa Occidentale e il grande "Festival delle arti nere" del '66. Agli inizi degli anni ottanta Senghor è il primo capo di stato africano ad abbandonare volontariamente il potere dopo aver condotto il Senegal ad una vera democrazia parlamentare modellata sull'esempio francese.

 
Estate del Sud troppo
tardi arrivai in un settembre agonizzante.
In quale libro trovare l'ardore del tuo riverbero
sulle pagine di quale libro di quali impossibili labbra
il tuo amore delirante.
Mi sfianca questa impazienza
come il rumore della pioggia
sulle foglie monotone.
Suonami Duke
soltanto Solitude.
Voglio piangere fino ad addormentarmi
.
 

Dopo i grandi progetti di modernizzazione degli anni sessanta, il Senegal ha visto deteriorarsi rapidamente la sua situazione economica. Le ripetute siccità e la caduta sul mercato mondiale dei prezzi dell'arachide, hanno velocemente indebitato il Paese a livelli tali da sottostare a un durissimo piano di ristrutturazione economica imposto dal fondo monetario internazionale. Inoltre, il fallimento sostanziale dei progetti di cooperazione, il potere sempre più forte del Clan del presidente Abdou Diouf (in carica dal 1982) e gli scontri politici, pone il Senegal da paese guida dell'Africa Occidentale a paese tormentato da continue tensioni economiche e sociali.

 
E' tempo di partire
ch'io non affondi ancor più le radici
di ficus in questa grassa e molle terra.
E' tempo di andare d'affrontare l'angoscia di stazioni,
il vento curvo che spazza le banchine
nelle stazioni, all'aperto di provincia
l'angoscia degli addii senza una mano calda nella mano.
 

" ....... La poesia è l'essenza dell'anima nera, e la poesia è finita soltanto se diventa canto: parola e musica nello stesso tempo e, per questa ragione, mi preoccupo di far procedere alcune mie poesie dalle indicazioni relative agli strumenti che debbono non accompagnarle ma esprimerle. L'atto poetico è una danza dell'animo e molte delle poesie africane si chiamano tam-tam: Il poeta ha fatto suo il tempo degli antenati e lo sente scorrere dentro con il suo ritmo, spera che gli echi del suo tam-tam vengano a risvegliare gli istinti immobili che sono in lui. Così come l'ode e il sonetto furono un genere della poesia europea, il tam-tam tende a diventare un genere della poesia nera. Per duecento anni l'arte è stata dominata dal modello greco-latino, dal canone classico, poi ecco l'irruzione dei neri africani "i barbari dell'arte". Picasso mi confidava dell'influenza esercitata dall'arte africana su di lui e su tutta l'arte moderna, che non è più fondata sulla rappresentazione della natura, ma vuole rappresentare la forza vitale e rappresentarla attraverso il ritmo dei vari elementi. Nell'arte europea contemporanea, il ritmo è diventato l'elemento dominante ......." (1965 intervista televisiva)

Si è molto rimproverato e si continua a rimproverare a Senghor di aver contratto con la Francia un matrimonio d'amore che farebbe di lui un meticcio culturale e al limite un bianco.

Senghor non ha mai interrotto il contatto con la terra ancestrale ha cercato sempre di fondere interiormente le sue radici sia culturali che native, nella sua poesia "sintesi mirabile fra due civiltà" e nell'impegno intellettuale, Senghor esprimerà soprattutto la sua aspirazione a una civiltà dell'universale, fondata sull'apporto di tutte le culture e di tutte le religioni e che prevalga sui conflitti e sulle prevaricazioni fra i popoli.

Contestato dalle nuove generazioni e dagli intellettuali africani di lingua inglese che non si riconoscono nella "negritudine" e nella sua concezione ecumenica dell'uomo, Senghor, sembra in realtà che non abbia voluto rompere il cordone obelicale con l'occidente ma anzi abbia voluto rafforzare i numerosi legami con la Francia e con la cultura cattolica.

"....... L'Africa soffre della malattia infantile dell'indipendenza provocata dai colonizzatori in 150 anni di colonizzazione. Quì in Senegal, la Francia ci ha condannato alla monocultura dell'arachide, ci ha fatto soldati, funzionari, coltivatori, ed è chiaro che dopo l'indipendenza la mancanza di alternative alla nostra economia è un grosso handicap; senza contare che anche noi abbiamo i nostri difetti come la mancanza del senso della storia, del senso del tempo, del risparmio e, sempre dagli intellettuali francesi, abbiamo ereditato una tendenza alla critica. Il cammino della democrazia e dello sviluppo economico è lungo, io penso che si debba arrivare gradatamente ad una coscienza democratica, del resto, la civiltà europea è il risultato di duemila anni di evoluzione.

Il grande problema dell'Africa come dell'Europa è il nazionalismo, in nome degli interessi nazionali si commettono crimini atroci. La vera cultura è mettere radici e sradicarsi, mettere radici nel più profondo della terra natia, nella sua eredità spirituale, ma anche sradicarsi e cioè aprirsi alla pioggia e al sole, ai fecondi apporti delle civiltà straniere.

Nella difficile Africa del XX secolo abbiamo bisogno del meglio dello spirito europeo, del meglio della francitè. Il nero può apportare alla civiltà bianca quella sensualità con cui egli sa esprimere la più profonda spiritualità, nella convinzione che il mondo è fondato sulla forza vitale dalla quale dipende ogni essere e nella quale si uniscono la carne, lo spirito, la pietra e Dio e i neri sono come il lievito serve alla farina; se no chi insegnerà il ritmo al mondo defunto delle macchine e dei cannoni?......." (1965 intervista televisiva)

".......Noi siamo socialisti non escludiamo dalle nostre fonti Marx ed Engels in quanto che il socialismo è piuttosto un metodo, il metodo della dialettica applicato non solo ai pensieri ma alla materia, alla storia, ma partiamo dalle opere marxiste allo stesso modo che da quelle dei socialisti utopisti e vi aggiungiamo le opere dei loro discepoli e commentatori non esclusi i pensatori cattolici.

La lotta di classe si è rivelata molto più complessa di quanto Marx pensasse e, inoltre, Marx si è sbagliato completamente sul colonialismo, in realtà il livello di vita del proletario europeo, non solo delle classi capitaliste, si è potuto elevare a deprimento delle classi del terzo mondo.

L'Africa Occidentale è un paese sottosviluppato, dove tradizionalmente non vi sono classi di salariati, dove il gruppo non opprime l'individuo, dove il denaro non è la cosa più importante. La situazione dell'Africa Occidentale non è quella del dominio di una classe sull'altra ma quella di un popolo, di una etnia che domina l'altro.

Il nostro umanesimo deve avere come oggetto l'uomo dell'Africa Occidentale, ma non deve fermarsi all'Africa Occidentale, nè alla sola Africa, non si può parlare di nazionalismo o di pan-negrismo ma di pan-umanesimo che abbraccerà tutti gli uomini e tutto l'uomo, spirito e materia, priorità della materia ma primato dello spirito.

Ai nostri compagni di colore che a Parigi negli anni trenta, nel pieno del dibattito sulla negritudine, avevano abbracciato il marxismo, noi contrapponevamo la cultura innanzitutto, la riscoperta della vera cultura africana e dicevamo: "quando avrete finito la rivoluzione economica e sociale, quando sarete riusciti ad elevare il tenore di vita, non farete che imitare gli europei o i comunisti sovietici e sarete nella migliore delle ipotesi consumatori di cultura, non riuscirete a diventare produttori di cultura".

Ci sentivamo solidali con il lavoratori, con gli oppressi europei ma solo per un tratto di strada". (1978 intervista televisiva)

La via africana al socialismo ricercata da Senghor in venti anni di presidente del Senegal e inserita in un'idea evangelica di civiltà dell'universale, può sembrare oramai un progetto datato e astratto.

Il mito della negritudine del ritorno al regno degli antenati è del resto aspramente criticato, negli ultimi anni, da molti intellettuali africani soprattutto di estrazione marxista e anglofona che contestano a Senghor una visione idilliaca e romantica dell'Africa tradizionale.

Altri poeti africani, forse più arrabbiati, hanno gridato più forte il profondo dramma dell'Africa, ma nessuno l'ha espresso con la tragica bellezza e la limpidezza di Senghor. La lezione più alta dell'opera di Senghor proprio dove lui attinge ai miti della sua terra mussulmana, il suo tam-tam perduto nella notte di Dakar è purtroppo anche il lamento funebre a un mondo che scompare, l'ode ad un popolo liberato ma nuovamente depredato della sua innocenza.

".......Per capire la storia dell'Africa bisogna andare a Gorèe, un'isola di fronte a Dakar. Nell'isola di Gorèe venivano concentrati gli schiavi provenienti da tutta l'Africa e da lì partivano in convogli per l'America e per l'Antille. Venti milioni di Africani sono arrivati nelle americhe, ma soltanto uno schiavo su dieci arrivava vivo a destinazione, gli altri nove morivano durante la razzia la prigione di Gorèe o durante il viaggio.

La tratta degli schiavi è costata all'Africa duecento milioni di figli.

L'arretratezza dell'Africa non è dovuta alla povertà del suo suolo o all'incompetenza dei suoi contadini ma è dovuta alla tratta degli schiavi, ecco! in quella che è stata Gorèe per decenni e decenni c'è la risposta a molti dei problemi africani di oggi".
(1965 intervista televisiva)

 
Dimentico le mani bianche
che premendo il grilletto fecero cadere gli imperi
le mani che fustigarono schiavi
e che li flagellarono
le vecchie mani vi schiaffeggiarono
le mani laccate e incipriate
che mi hanno schiaffeggiato
le mani sicure
che mi spinsero alla solitudine e all'odio
le mani bianche che abbatterono
la foresta di palme che dominava l'Africa
Spianarono le foreste d'Africa per civilizzarci
visto che scarseggiava il materiale umano
Signore soffocherò la mia riserva d'odio verso i diplomatici
che sorridono con i loro lunghi camini
e domani baratteranno carne nera
Il mio cuore Signore
si è sciolto come neve sui tetti di Parigi.
 

 

 

 

Per promuovere un Turismo sostenibile, consapevole, etico, solidale, responsabile,
in una parola Umano…
fa che i tuoi Viaggi in Africa siano solidali con i popoli africani
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