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RACCONTI
E TESTIMONIANZE DI VIAGGIO
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Sentivo risuonare in me le parole di Moravia: "perchè l'Africa è bella?"
Ora che è passato qualche giorno dal rientro a casa posso provare a esprimere la gioia per l’enorme regalo che è stato per me questo viaggio in Senegal.
Grazie a tutte le persone incontrate, primo tra tutti Alex, per la vitalità e il calore con cui ci si avvicina vicendevolmente in terra africana, e che mi ha fatto sentire così spiazzata e confusa al rientro a Genova.
Gioia dunque, ma anche turbamento per le profonde contraddizioni che questo nostro strano mondo porta in sé e di cui abbiamo bisogno di imparare a reggere il peso e la consapevolezza.
Il contatto umano, spontaneo ed immediato, ma anche profondo e reciproco, come quando si è bambini, è ciò che più mi ha toccato il cuore, insieme all’impatto con una natura potente ed esplicita, che ti fa sentire un piccolo essere in balia di forze numinose che senti di dover prima di tutto rispettare.
Uno degli eventi magici che non dimenticherò mai è stato entrare nel ventre del baobab millenario… mai più avrei pensato fosse possibile! E mentre provavo lo stesso sacro rispetto che provi dentro una maestosa cattedrale, sentivo risuonare in me le parole di Moravia: “Perché l’Africa è bella? Perché è il luogo della terra nel quale la natura ha eretto a se stessa un monumento”
E’ proprio così: un monumento della natura alla natura!
L’ingresso nella pouponnière, (nome assai più bello del nostro “orfanotrofio”!) di M’Bour è stato un altro di quei momenti forti, indimenticabili, che ha lasciato in me un sospeso, una sorta di appuntamento imperdibile…
E poi ancora mille immagini e sensazioni vagano disordinate nel mio cuore e nella mia mente:
la terra rossa come il fuoco, la spiaggia deserta di fronte all’oceano cosparsa di granchi che corrono, quegli occhi bellissimi nel cui sguardo senza confini mi sono smarrita ripetute volte, il traffico soffocante di Dakar e M’Bake che danza guidando con la musica a tutto volume, quell’incredibile modo di “abbaiarsi” di tutto in wolof per poi scoppiare a ridere di cuore, il corpo possente di Martine che mi abbraccia sulla spiaggia, gli occhi furbetti di El Hadji che aspetta il suo cavallo fantastico, il guardiano della Maison des Esclave che racconta quel terribile pezzo di storia come stesse accadendo ora, gli innumerevoli bambini che ti prendono per mano ovunque e in qualunque momento come a ricordarti la fiducia che ci si può regalare tra umani, quel sogno stupendo che mi ha svegliata in cui anche i bianchi facevano figli neri, il thè fumante che scende come una cascata improbabile nel minuscolo bicchiere senza che ne vada persa una goccia, le conchiglie bianchissime che ricoprono tutto anche le tombe nella città natale del grande Senghor, …e poi ovunque quei meravigliosi corpi danzanti, giovani e vecchi, ad un ritmo ancestrale che pulsa dal cuore e che mi fa desiderare di nascere africana… la prossima volta….
Agnese Galotti (psicoteraputa), Genova estate 2006
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NON TROVO LE PAROLE...
Non ho ancora trovato l'aggettivo giusto per definire in una sola parola le vacanze appena trascorse con Alex e gli altri...Bellissime! Fantastiche! Divertenti!
Insomma indescrivibili!!!
Le mie aspettative sono state superate alla grande!! Ho conosciuto gente che spero tanto di poter
rivedere un giorno.
Non c'é stato un solo momento del quale io non abbia approffittato di essere in Senegal e ora la mia vita mi sembra cosi' futile in Svizzera.
Appena posso invio delle foto di questa magnifica esperienza che mi ha cambiata e che mi ha dato tanta tanta serenità... non vi ringrazierò mai abbastanza.
Tiziana Cerutti (assistente dentale), Svizzera estate 2006
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L'AFRICA RIDE
ride di un sorriso sincero che ti incanta quando lo guardi se lo guardi troppo ti ipnotizza se ti ipnotizza vivila… Lei vuole vivere te… Scusate il ritardo…
Si scusate il ritardo ma dopo che si e’ stati 2 volte in Senegal la dimensione spazio tempo non ha piu’ nessun senso, e in piu’ inconsciamente scrivere queste piccole riflessioni era come mettere un sigillo al Viaggio, farlo finire, cosi’ almeno nella mia testa ed invece io non voglio che si concluda anzi fortunatamente continuera’ per sempre. Capita sempre nella vita un occasione buona e quello che ho vissuto durante viaggi cosi’ intensi e vissuti in totale liberta’ era la cosa piu’ positiva che mi sono cercato e creato nell’ultimo breve periodo di vita. Gli occhi, il sorriso, la gentilezza, la disponibilità, la solarita’ di queste persone che non hanno bisogno di antidepressivi per riuscire a dormire qualche ora, o per riuscire a risolvere qualche problema, che vivono giorno dopo giorno sono un gradissimo dono e testimonianza che mi fanno constatare che vivere ridendo nonostante tutte le difficolta’ e’ possibile. Ringrazio anche tutti gli “occidentali” che hanno partecipato con me a queste 2 esperienze indimenticabili in particolare ovviamente a Nadia e Alex, senza di loro tutto questo non sarebbe successo..
Alessandro Menghini (Senegal 2005/06)
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IL KANKURAN!!!
Dopo pranzo ci organizzano una sorpresa e ci portano al kankuran……..fantastico!!
Che dire, in quest’occasione abbiamo raggiunto il massimo dell’aggregazione con la gente locale, abbiamo partecipato a questo rito con entusiasmo leggendo nei loro occhi un gran piacere nel vederci ballare le loro musiche e seguire le loro usanze…..straordinario!!!
Il kankuran e’ un rito dove il Santone del luogo a cui si attribuiscono forze e poteri sovrannaturali si aggira per le vie protetto dai suoi seguaci (gruppo di circoncisi opportunamente addestrati con due mesi di insegnamento di quella che per loro rimarra’ per sempre una cultura di vita con determinate regole) che si preoccupano di evitare che chiunque si azzardi di guardarlo.
La nostra guida fa parte del clan e forse per questo e’ stata in grado di farci partecipare in modo così coinvolgente. Appena scesi dal pulmino senza volerlo ci siamo imbattuti nel kankuran e ci hanno fatto risalire di corsa impedendoci di guardare, al che, vista l’atmosfera piuttosto agitata e gli animi accesi dei seguaci armati di martelli, sassi, pezzi di tronco d’alberi e quant’altro, abbiamo saggiamente deciso di abbandonare cineprese e macchine fotografiche. La folla (c’erano almeno cinquemila persone) si avvicinava ai tamburi per ballare, tamburi ai quali pero’ si avvicinava anche il kankuran per trarre energia e per questo creava un fuggi fuggi generale con un gran caos. Noi ovviamente eravamo particolarmente spaesati e ci rendavamo conto che eravamo la seconda attrattiva del posto, tanto che quando uno di noi si e’allontanato tutti quanti si preoccupavano di urlare al nostro accompagnatore “Tubab” (che significa “uomo bianco”) che corre, Tubab che corre”, per segnalargli che l’avevano visto andare in una certa direzione. Presi dal panico siamo anche capitati a casa di una signora che giustamente ha iniziato a imprecarci contro se non altro perche’ avevamo fatto irruzione proprio mentre lei si trovava a petto nudo china su una bacinella piena di acqua intenta a lavarsi……… ma noi non potevamo uscire perche’ il kankuran stava passando proprio di fronte a casa sua!!! L’apice personalmente l’ho raggiunto quando il gruppo che suonava i tamburi si e’ avvicinato alla nostra guida per salutarlo (riconoscendolo come uno dei seguaci del kankuran) e formando un semicerchio lui si e’ messo a ballare nel mezzo, ma attenzione…….finito di danzare……… in mezzo a migliaia di giovani di colore esaltati, inebriati e pieni di entusiasmo chi si e’ messo a ballare al suono crescente dei loro tamburi accompagnati dalle loro urla?? Mauriliooooooooooooooooooooooooo…….. mio marito.............. un’emozione unica!!! Il suo modo sciolto di muoversi con le gambe assolutamente leggere che si agitano tremolanti a ritmo di musica e’ assolutamente adeguato ai loro ritmi, e’ stato uno spettacolo vederlo in mezzo a tanta gente di colore che si esalta e balla con lui le loro musiche a percussioni. Indimenticabile! Un'occasione unica di aggregazione e partecipazione VIVA!!!
Elena Fugiglando (settembre 2006)
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IL CALORE DELLA GENTE
Per il sottoscritto è stata una esperienza bellissima, forte e vissuta intensamente. L'impatto iniziale non è stato facilissimo, soprattutto appena usciti dall'aereoporto a Dakar di notte, ma già del secondo giorno tutto era cambiato.
Merito questo da attribuire ad Alex e Cico (soprattutto ad Alex), che mi hanno subito fatto sentire a mio agio, parte di una famiglia, porterò sempre un ricordo bellissimo di loro e mi mancano veramente tanto.
Devo dire che ho avuto anche la fortuna di viaggiare con un bel gruppo di persone, variegato e allegro, molti di questi continuo a sentirli e vederli, segno che si è creata una sincera amicizia.
Ma vorrei parlare soprattutto del Senegal e della sua gente. Ci avevi già anticipato qualcosa nelle tue mail, ma devo dire che tutto è andato oltre alle mie aspettative.
Dal secondo giorno, quando al matrimonio ho conoscuto Omar che vive in Italia ed è passato pure dal mio paese: Carugate (piccolo il mondo), fino alle persone che ho conosciuto a Mbour (e gli incontri fatti durante le escursioni), non saprei trovare le parole giuste per descrivere il calore e la cordialità della gente.
Certo a volte ci mettono anche troppo calore, soprattutto se vogliono venderti qualcosa, ma a parte questo, ti senti sempre ben accolto dalle persone. Questo viaggio ci ha dato l'opportunità di interagire con tantissime persone, e questo è sicuramente uno dei pregi più grandi di questa esperienza.
Non cambierei niente del viaggio fatto in Senegal, dal mio punto di vista è stato fantastico, e il fatto che ancora in questi giorni ci penso e vorrei essere là, è segno che mi ha lasciato veramente tanto...
Vorrei tanto che questa esperienza non finisca qui, e mi piacerebbe tanto poter continuare a contribuire nel mio piccolo a fare qualcosa per il Senegal e anche per questo mi piacerebbe rincontrarvi.
Gianluca Montrasio (impiegato), Carugate estate 2006
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Un viaggio pieno... di accoglienza!
Non sono scomparse le immagini e tutte le sensazioni che hanno arricchito la nostra esperienza del mondo. Per me almeno, che mai prima avevo visitato l'Africa nera, malgrado tutti i limiti di un contatto inevitabilmente breve, è stato un viaggio molto "pieno".
Senza alcun dubbio, i momenti che ho trovato più intensi sono stati quelli della visita a Pikine, dove abbiamo potuto avere un contatto con la realtà della periferia di queste metropoli del Sud: dove non ci sono solo povertà e degrado ambientale, ma anche voglia di fare, di superare le difficoltà del vivere quotidiano attraverso forme di auto-organizzazione veramente ammirevoli data la scarsità dei mezzi. Nonostante il rilievo da loro dato al nostro aiuto, ho però trovato anche molta dignità in questa comunità. La stessa che abbiamo poi trovato nel centro professionale per portatori di handicap a Mbour, dove non abbiamo trovato affatto "miserie umane" ma l'accoglienza di persone che attendevano tranquillamente al proprio lavoro e che mi ha veramente commosso (e poi quell'eccezionale spettacolo di danza!!!).
Un'altra cosa che ci ha colpito, a Pikine, è stata la straordinaria "calma" dei bambini della scuola materna - confrontata all'agitazione dei nostri. La mia ipotesi è che sia dovuta soprattutto all'educazione: evidentemente in questa società - così giovane - c'è ancora un rispetto per gli adulti e soprattutto per gli anziani, emerso anche da altri episodi, che i nostri bambini viziati non hanno più. Non lo dico con nostalgia (perché non credo certo in un ordine sociale "naturale" cui dovremmo ritornare...); ho però ricevuto l'impressione di una società "sana" - al di là dei suoi problemi - che non conosce il degrado dei rapporti umani che è invece tipica di molte nostre periferie. Un'altra cosa bellissima è che la nostra visita a Pikine è stata appena dopo la notte in cui abbiamo potuto seguire - fuori programma - il concerto di Youssou Ndour. Concerto a parte - prevedibilmente molto intenso - l'esperienza è stata eccezionale poiché siamo venuti a contatto, a distanza ravvicinata, con "l'altro Senegal", quello che forse da occidentali non ci si aspetta di vedere, quello della minoranza ricca. La sensazione per me è stata duplice: da un lato una sorta di compiacimento per la contemplazione di un mondo tutt'altro che sottosviluppato: anzi, per dirla con Giovanna, di fronte a questa gente giovane, bella e in tenuta di gala, ci siamo sentiti veramente dei "poveri bianchi!"; dall'altro la percezione diretta (lo sappiamo, ma finché non lo vediamo...) delle spaventose disuguaglianze sociali che ci sono nel sud del mondo fra i pochi benestanti e gli altri. Consiglierei anzi agli organizzatori di inserire direttamente nel programma dei prossimi viaggi una "tappa" in questa società ricca... e con questo suggerimento concludo il mio piccolo contributo alle considerazioni del dopo-viaggio. A presto! Marco di Paolo (insegnante), Bergamo dicembre 2005 |
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| DEDIZIONE, PROFESSIONALITA', AFFETTO
E' stata la mia prima esperienza di turismo solidale e responsabile. Solitamente lascio trascorrere un po' di tempo prima di rievocare persone, culture e luoghi verso cui mi sono solo avvicinato per poterli comprendere pienamente con il rischio di cogliere solo le differenze che ci separano. Abituato a vivere da solo ho avvertito spesso la senzazione di sprecare in qualche modo questi anni dedicando le energie a soddisfare solo le mie esigenze. Per cui ho apprezzato maggiormente la dedizione delle persone che operano nelle associazione incontrate: dai giornalisti della radio "Oxi-Jeune portavoce e riferimento di tutte le comunità locali all'impegno degli insegnanti delle scuole materna ed elementare di Pikine; dalle straodinarie risorse umane ed artistiche dei portatori di handicap alla professionalità ed affetto profuso dagli operatori dell'asilo nido di M'bour. Li ammiro!
Non sono, invece, riuscito ad apprezzare alcune località turistiche in quanto ho notato che la presenza dei turisti ha tolto spontaneità e genuinità alle persone e ai luoghi visitati. Momenti indimenticabili li ho vissuti a Joal al rientro dei pescatori: l'umanità di quei volti arricchita dalla pacatezza e fierezza del loro portamento sono stati frammenti di vita vera, evocativa di tempi remoti. Quelle immagini mi hanno regalato l'incanto di rivivere una scena di mille, duemila anni fa.
Beppino Cedolini (impiegato), Udine dibembre 2005
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SENEGAL...soprattutto umanità
Descrivere in poche righe le emozioni, l'amore, la gioia di vivere, la fratellanza,la sofferenza, la conoscenza, la bellezza, la fierezza, la simpatia, la tenerezza, la musicalità, e tanto tanto ancora è sicuramente impossibile. Bisogna viverlo questo viaggio, non si può descrivere bene cosa c'è sotto il mare se non lo si guarda con i propri occhi dopo essersi immersi, così bisogna andare in Senegal , immergersi , lasciarsi trasportare, non avere paura di sperimentare, crescere giorno dopo giorno, emozione dopo emozione, senza compromessi, senza paure. Il Senegal oltre alle sue innumerevoli bellezze è soprattutto umanità, chi va in Senegal e si chiude in un villaggio turistico non potrà mai conoscere il Senegal , l'umanità che ti resterà dentro al rientro in Europa ti farà avere una visione della vita più ampia , più completa , semplicemente più umana.
Nino Cucè (medico) e Annalisa (insegnante) Milano, luglio 2005 |
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QUANTE COSE AVREMMO DA IMPARARE
Che bello!
Ragazzi, leggere le vostre opinioni e sensazioni mi fa un gran bene! Continuo a sentire vivide tutte le emozioni di questo viaggio.
Sarà il mal d'Africa? Ogni tanto riprendo le foto e mi incanto con aria sognante ... ormai in ufficio sono definitivamente tutti convinti della mia instabilità mentale!
Comunque, anche secondo me, la danza al centro di formazione è stato uno dei momenti più emozionanti!
La sensazione più bella che mi porto dietro da questo viaggio è il calore dell'accoglienza che tutte le persone che abbiamo incontrato ci hanno riservato! Noi spesso siamo troppo presi dai nostri impegni e da noi stessi per accorgerci degli altri; loro riescono sempre e comunque a trovare il tempo ed il modo di dedicare attenzione a chi incontrano ... anche solo con un sorriso o con una stretta di mano (alla senegalese ovviamente!)
Un'altra cosa che mi ha colpito molto positivamente è il valore dato alla famiglia: un legame strettissimo! ... quante cose avremmo da imparare!
Barbara Amadio (impiegata), dicembre 2005
E' veramente bello vedere apparire nella casella di posta elettronica i
messaggi dei compagni di viaggio senegalesi. Ognuno con la voglia di ricordare e trasmettere un punto di vista diverso di questa bella esperienza che abbiamo condiviso. Grazie a tutti!
Vi mando un altro po' di fotografie nella speranza di contrastare l'abbassamento della colonnina di mercurio... se proprio non quella quella esterna almeno quella dell'anima.
Roger Louis Bergonzoli (impiegato), dicembre 2005
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LA
BELLEZZA ... SUPERBA!
Ho visto donne, uomini, dalla bellezza superba
Ho visto gente che ti accoglie sempre con un sorriso
Ho visto bimbi spaventati dai leoni danzanti
Ho visto crudeli mura che imprigionavano gli schiavi neri
Ho visto uomini sudati che trainavano arcaici aratri
Ho visto un giovane griot ammaliare al suono della sua Kora
Ho visto capi-villaggio emozionarsi all'arrivo della prima pioggia
Ho visto la soddisfazione e la fatica dei volontari "a tempo
pieno"
Ho visto la saggezza negli occhi di certi anziani
Ho visto mercati brulicanti di colori sgargianti
Ho visto e assaggiato pietanze squisite
Ho visto carri e cavalli inabissarsi in un mare nero per caricare
il pesce
Ho fatto un viaggio superbo! Grazie!!
Giovanna
Marrone (educatore professionale) Milano, luglio 2004
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I BAMBINI DI PIKINE...
Che dire al ritorno da un viaggio in Senegal?
E' difficile spiegare a parole cosa ti possa lasciare nel cuore questo paese... i ricordi si sovrappongono e si rincorrono nella mia mente... e la nostalgia è forte... mi mancano i colori, il rosso della terra d'Africa e il blu del mare, mi mancano i sorrisi della gente, vero e proprio emblema della teranga senegalese, mi manca il sapore del tè, intenso e lungo da scoprire, mi manca la musica, vitale e travolgente... mi sembra ancora di sentire le voci dei bambini, le loro risate, di vedere i loro occhi, di sentire le loro piccole mani intente a rifarmi le treccine... l'Africa mi è entrata dentro e mi ha presa per mano, come i bambini di Pikine... per sempre."
Elena Ceccarelli (Stud. geografia) Pisa, agosto 2004 |
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QUELLO
CHE HO PERSO ...
In ogni parte del mondo in cui vado perdo
qualcosa:
magliette, asciugamani, saponette.
Quest'anno in Senegal
ho perso la mia lucidità
per le strade di Dakar,
ho perso la mia anima
quando conoscevo nuove persone,
ho perso tutti i miei sospiri nel deserto
ed il mio cuore a Pikine...
non vedo l'ora di riandarli a cercare!
Giacomo Sanesi ("Poeta e Filosofo") Roma, settembre
2004 |
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UNA
RETE DI AMICI
Un'esperienza di questo tipo contribuisce ad acquisire consapevolezza
degli enormi squilibri esistenti tra Nord e Sud del mondo e
permette un lavoro introspettivo - personale e di gruppo - al
punto che, spesso, dopo il viaggio, si sono creati piccoli gruppi
che autonomamente appoggiano progetti di solidarietà.
Per esempio i partecipanti alle varie edizioni dei viaggi in
Senegal di Chiama l'Africa hanno costituito una rete ("Amici
di Jant-Bi") che lavora per dare continuità all'esperienza del
viaggio e del sostegno all'associazione senegalese anche dopo
il rientro.
Giada Felicelli (studentessa) Genova, settembre 2004
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RICORDO
... IN RIME
Ricordo lo sguardo di un dolce bambino,
colori esaltati del mare al mattino.
Il fondo incantato di un lago che è rosa,
il canto di un uomo: un inno a ogni cosa.
Deserto e baobab tra dune e sentieri,
dinanzi ai tubab di oggi e di ieri.
E per chi in fondo al cuore ha delle questioni,
è questo il paese delle soluzioni.
Amore e sorrisi ci hanno ammaliati,
movenze e tam tam ci han divertiti.
Un GRAZIE di cuore ai tanti africani,
che verso di noi han teso le mani!
Assunta Fonte (fiosioterapeuta) Crotone, Settembre 2004 |
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UN
PAESE PIENO DI GIOIA
Un paese affascinante
del quale non puoi che rimanere colpita....
dalla gente, dalla storia, dalla tradizione, dalla gioia di
vivere
il Senegal per me è tutto questo,
Un paese pieno di gioia, di tradizioni e di storia
Un paese del quale mi sono innamorata
Un paese che ha tanto da insegnare e che mi ha dato tanto!
Grazie di cuore per questa opportunità
è veramente unica e speciale.
Sandra Baldassarri (impiegata) Imola (BO), Agosto 2004
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COGLIERE
IL LATO PIU' VERO
Un turbinio di voci e di suoni, di colori
e di odori, di gente che viene e che va, di paesaggi di estrema
bellezza, di sensazioni contrastanti.
Il fascino dell'Africa rimane impresso in modo indelebile anche
una volta tornati a casa, i pensieri volano verso quella terra
ormai lontana e verso le persone incontrate lungo il cammino.
Un' intensa esperienza per cogliere il lato più vero ed umano
del Senegal, cercando di afferrare un altro tassello di quell'immenso
mosaico di lingue, genti e risorse che è l'Africa oggi.
Diario di viaggio di Chiara su: http://www.seshepankhatum.net/senegal_rece.html
Chiara Molinatto (Stud. archeologia) Torino, Settembre 2004 |
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CAMMINARE CON NOI, PER LA COSTRUZIONE DI UNA NUOVA SOLIDARIETA'
CON I POPOLI AFRICANI.
Il gruppo che ha partecipato al viaggio in Senegal organizzato da
Chiama l’Africa da 5 al 20 agosto, era composto di 12 persone, compresi
gli organizzatori Nadia e Alex – mediatore culturale senegalese
residente in Italia.
Le motivazioni di partenza erano assai diverse. Qualcuno ha deciso
di intraprendere un viaggio “importante” per dare un senso maggiore
ad un momento di difficoltà, altri per la curiosità dettata dalla
conoscenza di africani residenti nel nostro paese; altri ancora
per il desiderio di scoprire e conoscere la cultura dell’Africa
occidentale senza filtri. Infine qualcuno ha voluto semplicemente
fare un’esperienza turistica diversa. Solo due avevano già avuto
esperienze di viaggio in Africa. Abbiamo trascorso 15 giorni molto
intensi, scanditi dall’itinerarrio già stabilito e animati da incontri
e sollecitazioni fuori programma, sempre accolti con spirito di
grande apertura.
La capacità di Alex di coinvolgere e rendere partecipi le persone
ospitate e ospitanti in un incontro sempre gioioso è degna di nota.
Tutti lo abbiamo apprezzato enormemente per averci fatto sentire
capaci di comunicare con tutte le persone che abbiamo incontrato
e per averci creato delle occasioni di autentica conoscenza di squarci
di vita del paese.
A Dakar abbiamo potuto conoscere e vivere momenti di intensa solidarietà
con le associazioni di base che lavorano a Pikine Est, un sobborgo
più popolato della capitale stessa, dimenticato dalle istituzioni
e quindi fortemente provato dalla povertà, dal degrado e dalla mancanza
di strutture. Qui abbiamo incontrato i rappresentanti di COGAPE
(Collective Groupement Associative Pikine Est), un coordinamento
di associazioni che si occupano di giovani in ambito sportivo, educativo,
culturale e sanitario. Si punta molto sui giovani: il 60 % della
popolazione ha meno di 25 anni; si fa di tutto per dare loro opportunità
e speranza. Dai corsi per il recupero scolastico agli allenamenti
sportivi, dal teatro di strada alla danza, dalla promozione delle
arti e della cultura alla prevenzione sanitaria. A questa attività
quotidiana fanno da coronamento due veri e propri “eventi” per il
quartiere e per la città: il campionato popolare di calcio, al quale
partecipano 12 squadre, e un festival culturale (quest’anno alla
sua terza edizione), trampolino di lancio per i talenti migliori.
Del coordinamento associativo di Pikine est fa parte anche l’associazione
Jant-Bi (il Sole), nata il 16 settembre del 1984, ben diciannove
anni fa.
Il viaggio è stato organizzato in partneriato con loro, e una parte
della quota di ciascun partecipante ha contribuito al sostegno del
progetto di lotta alla malaria in cui sono particolarmente impegnati
in questo periodo. La situazione fognaria e igienico-sanitaria è
assai precaria a Pikine Est, e durante la stagione delle piogge
diventa drammatica. Durante la nostra permanenza molte famiglie
sono state costrette allo sgombero delle loro abitazioni e sono
state trasferite nelle aule della scuola elementare. Non ci sono
canali di scolo, i servizi sono insufficienti in rapporto all’alta
densità della popolazione residente, e sia le acque piovane che
quelle di uso domestico ristagnano e favoriscono la diffusione del
paludismo. Anche in questo a Pikine non si sta con le mani in mano,
ma ci si rimbocca le maniche e si scava per far defluire le acque,
si educa la gente a non gettare i liquami in strada, si piantano
alberi per il rimboschimento : tanti modi per contribuire a bonificare
il terreno e l’ambiente, in attesa che lo stato intervenga.
Il gruppo di viaggiatori venuti a nome di Chiama l’Africa ha portato
il suo contributo: una somma in denaro (1.800 euro) che ha consentito
la fornitura di 100 kit antimalaria ad altrettante famiglie del
quartiere. Noi abbiamo dato un sostegno, ma il progetto è loro.
L’obiettivo è quello di ridurre la mortalità per malaria attraverso
una prevenzione primaria basata sulla fornitura di zanzariere, di
una sostanza insetticida e di un farmaco di pronto intervento. Le
famiglie beneficiare vengono scelte in base a criteri di necessità
o tra quelle già colpite a lutto da questa malattia. Non si tratta
di pura assistenza, ma di un percorso che mira soprattutto a responsabilizzare
la gente. Per il kit ricevuto, ogni famiglia versa una somma di
denaro pari ad un quarto del suo valore, così ogni quattro kit forniti
se ne potrà acquistare uno nuovo e sostenere altre famiglie. Tutto
il progetto si basa sulla valorizzazione delle risorse economiche
proprie: non si tratta infatti di generi inviati o portati da fuori,
ma tutto viene acquistato sul posto, e le zanzariere sono realizzate
da artigiani locali.
E’ impossibile descrivere l’accoglienza che gli amici di Jant Bi
ci hanno riservato fin dal primo incontro, nella loro modesta sede.
La nostra permanenza a Dakar – all’inizio e alla fine del viaggio
– è stata scandita dalle feste e dalle cerimonie organizzate per
noi in segno di ringraziamento e di amicizia. In queste occasioni
abbiamo potuto toccare con mano la creatività con cui operano e
il talento dei giovani di Pikine: musica, teatro, danza, judo; per
ognuna di queste attività ci hanno dato prova della loro bravura.
I kit sono stati consegnati durante una solenne cerimonia alla presenza
delle autorità e dei capi religiosi, che ci hanno ringraziato pubblicamente.
Con gli amici di Jant Bi abbiamo inoltre condiviso momenti di riflessione,
pranzi comuni alla maniera senegalese, la cerimonia del te e il
tifo per la loro squadra durante la partita d’esordio del campionato
popolare. La nostra squadra “del cuore” purtroppo ha perso il match,
ma ci ha regalato delle emozioni che sarà difficile dimenticare.
Pikine ci ha aperto le sue porte anche attraverso Radio Oxy Jeune,
una delle tante emittenti popolari diffuse in Senegal e in tutta
l’Africa. Quando arriviamo hanno appena terminato la prima riunione
di redazione della giornata. Ci sediamo con loro, ci presentiamo,
facciamo delle domande. Poi passiamo alla cabina di regia proprio
mentre va in onda uno dei notiziari della giornata. Non c’è alcun
rapporto tra la povertà dei mezzi e la professionalità, la serietà
e l’impegno con cui viene condotto il lavoro. La Radio - nata ufficialmente
quattro anni fa – si è subito qualificata come modello e punto di
riferimento per le altre radio popolari del Senegal, e ha vinto
per ben due volte il festival di Bamako, in Mali. La filosofia è
quella della “informazione di prossimità”, vicina ai problemi della
gente e alle tante anime della comunità; ne è una dimostrazione
il fatto che i programmi della Radio e i notiziari sono condotti
in lingua francese, wolof e fulani. La Radio educa, informa, promuove
i musicisti del quartiere, dà voce ai senza voce, diffonde e consolida
lo spirito comunitario.
La nostra partecipazione, l’8 agosto, alla cerimonia per la consegna
dei kit antimalaria, ha rappresentato “la notizia” del giorno e
l’evento è stato ricordato durante la programmazione quotidiana,
trasmettendo più volte l’intervista fatta a me e ad Alex, rigorosamente
in francese e in wolof.
La Dakar caotica e creativa, la metropoli dove brulica una vitalità
esuberante, ci ha coinvolto e travolto, tra visioni artistiche e
culturali, piccoli commerci, mercati artigianali e del pesce, odori
e soffocanti calure. Qui si incontra l’Africa dai mille profili,
ognuno riflesso nei volti della gente e nei suoi progetti. Un’immagine
affascinante e preoccupante al tempo stesso delle contraddizioni
dell’Africa moderna. Tantissima gente si sposta ogni mattina verso
la città senza uno scopo preciso, perché qui brulica la vita e,
forse, si prospetta qualche opportunità in più per sbarcare il lunario.
Un quotidiano pellegrinaggio dalle proporzioni imponenti, che stringe
ogni giorno la capitale in una morsa di traffico e di smog, nel
via vai incessante di automobili, carretti, pedoni e … capre. Dakar
e i suoi dintorni abbondano di tutto: moschee, piccole industrie
artigianali, coiffeur e atelier, tessuti, falegnamerie, officine,
e venditori di ogni cosa; le botteghe e le bancarelle sono povere
e arrangiate, ma hanno gli odori e i colori della vita.
Come ogni metropoli che si rispetti, oltre alla povertà, la città
può esibire con orgoglio anche i viali alberati del lungomare e
i quartieri più eleganti del centro, il quartiere universitario,
i villaggi artistici e artigianali, un bellissimo museo delle arti
africane, splendide moschee e panoramiche mozzafiato sulla vastità
dell’Oceano, oltre ad un’intensa attività artistica, politica e
culturale. Ma il tesoro più grande di questo paese è la sua gente
bella ed elegante, che produce ed elabora progetti ed idee, in un
clima di grande libertà, tolleranza e convivenza pacifica tra etnie,
religioni e culture diverse. Il nuovo non è nei simulacri del decrepito
mondo “sviluppato”. E’ qui, dove il sorriso non è una rara espressione
di cordialità, ma un modo per affermare la propria esistenza. Un
dono, come la bellezza, i figli, la vita, il cibo e la buona salute
dei propri cari.
A Gorée abbiamo respirato la sacra atmosfera della casa degli schiavi,
santuario della memoria umana, monumento della sofferenza di milioni
di uomini, donne e bambini imbarcati per le Americhe dopo aver varcato
la “porta del non ritorno”. Tantissimi tra loro sono morti tra le
due sponde dell’Oceano stremati o spinti al suicidio.
A Thiés abbiamo visitato il tempio delle manifatture tessili, dove
vengono realizzati artistici arazzi famosi in tutto il mondo, e
poi uno dei numerosi atelier artistici e artigianali del paese,
voluti e sostenuti dal governo in collaborazione con Ong europee.
Al Lac Retba, (o Lago Rosa) abbiamo conosciuto la dura fatica dei
raccoglitori di sale, abbiamo ammirato la splendida suggestione
di questo lago dalla colorazione unica e abbiamo potuto camminare
tra le dune sabbiose, un assaggio del vicino deserto. E inoltre
abbiamo visitato un interessante progetto della Ong africana ENDA
per la coltivazione e la valorizzazione delle piante medicinali
tradizionali. Siamo stati tra i pescatori di Mbour, Mboro e Joal
(villaggio natale di Senghor).
Sull’isola di Faidiouth, perfetta icona della convivenza pacifica
tra cattolici e musulmani. Sul delta del Sine-Saloum, navigando
tra mangrovie e uccelli marini. Allontanandoci dalle strade asfaltate,
ci siamo inoltrati nelle foreste di palme e di baobab, tra i contadini
intenti nel lavoro dei campi, ospitati nei piccoli villaggi tradizionali
a mangiare noci di cocco appena raccolte. Ci è sembrato di aver
visto tanto, in così pochi giorni, ma alla fine ha prevalso la sensazione
di aver visto troppo poco rispetto alla bellezza e alla ricchezza
di questo straordinario paese.
Abbiamo vissuto una serie incalzante di suggestioni, a contatto
con la gente, con discrezione, ponendoci sempre come ospiti, e mai
come turisti. Troppo spesso, qui come altrove, il turista ostenta
la sua diversità e i suoi privilegi, inducendo molti abitanti del
posto a inutili e umilianti questue, o alla ricerca di opportunità
di guadagno ad ogni occasione. Ma basta poco per far sfociare questi
approcci in una semplice e istintiva simpatia e per trasformarli
– in breve tempo – in un franco e schietto rapporto tra pari, senza
pietismo o inutili concessioni ma anche senza fastidio e stizza.
Con la naturalezza e la semplicità di chi sente che non c’è bisogno
di finzioni: per riconoscersi basta guardarsi negli occhi e rivelarsi
per ciò che si è. A volte, nel nostro peregrinare, abbiamo lambito
i paradisi del turismo d’élite, per fortuna ancora poco diffuso
qui, ma che comincia a mostrare minaccioso le sue mire espansionistiche.
Ci è bastato per apprezzare senza presunzione la differenza tra
noi e chi – chiuso nelle torri d’avorio dei villaggi turistici o
degli hotel con piscina – non pone le basi per aprirsi alla vera
esperienza del “viaggio”, inteso come metafora del vivere. Abbiamo
preferito essere ospiti nelle case, seduti in terra a mangiare lo
stesso cibo. Tirare a riva la rete piena di pesci per ore e ore,
faticando insieme ai pescatori e guadagnandoci un po’ di pesce fresco
per la sera. Passeggiare sulla sabbia gialla al chiaro di luna senza
velleità e senza clamori. Essere ospitati dalla famiglia Cissoko,
una delle più importanti caste di griot dell’Africa occidentale,
per assistere inebriati ad una festa nel cortile della loro casa,
sotto la luce delle stelle, al suono della kora, tra cori, danze
e tamburi (vedi testimonianza di seguito).
Siamo in dodici: uomini e donne diversi per età, estrazione sociale,
professione, esperienze e aspettative. La proposta di questo viaggio
era formulata per coniugare la solidarietà e il senso di responsabilità con il riposo e lo svago, doni meritati dopo una lunga stagione
di lavoro.
Alla fine ci sentiamo soddisfatti per quanto abbiamo ricevuto, ricchi
di una conoscenza breve ma intensa, che potremo facilmente condividere
con i tanti senegalesi residenti nel nostro paese. Oltre alle belle
foto portiamo con noi la destrezza di Fallou e Lamine nel guidare
sulle strade lastricate di buche, l’ospitalità di Bigué nella sua
casa di Gorée, la gentilezza di Pierre e la superlativa cucina di
Filomena nel centro di accoglienza di Dakar (Cauris), la paziente
e saggia determinazione di Momar Kadou, Cisé, Ablay Ndiay, Nene
Galé dell’associazione Jant-Bi, la bellezza di Aida e Rochea, la
professionalità di Seidu nel guidarci con delicatezza e serietà.
Tra breve avremo un incontro in cui potremo tirare le somme della
nostra esperienza e cercheremo di indicare la strada a chi volesse
continuare a camminare con noi, per la costruzione di una nuova
solidarietà con i popoli africani. E’ il mio primo viaggio in Africa.
Ho raccolto questo dono a mani aperte e con il cuore gonfio di gioia.
Grazie.
Paola Luzzi (insegnante e segretaria di Chiama l'Africa, 38 anni)
Roma, agosto 2003.

Paola e Giorgio mentre ballano a Pikine
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Paola con in braccio un bambino a Dakar
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LA LUCE FIOCA DELL'UNICA LAMPADINA DEL CORTILE E' UN SOLE
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Il taxi si ferma su una via sterrata del
quartiere Diamaguene di M'Bour. E' ormai buio quando i Cissoko
ci accolgono nella loro casa, nel cortile brulicante di
donne e di bambini in parte già addormentati. C'è attesa:
tutto si muove attorno a noi, per noi, gia accomodati in
mezzo a loro. Stringiamo mani, incrociamo sorrisi, “bonjour
ca va?”; ci offrono aranciata e "cocktail". Quindi una tunica
bianca appare da una delle tante porte che danno sul cortile:
Mono, il patriarca della famiglia, ci saluta con aria seriosa
e si siede accanto a noi, in silenzio.
Inizia ad accordare la kora che gli viene portata direttamente
dall'atelier, raccolta tra le tante ancora in costruzione.
Tutti sono ancora indaffarati dietro le preoccupazioni di
buoni ospiti ma pian piano sono attratti dalla melodia pacata
che risuona nel cortile. Una donna si siede al fianco di
Mono e inizia a tambureggiare sulla kora di lui, rispondendo
al canto; altre cominciano a tenere il ritmo con le campane
e con le mani; i bambini si svegliano e si siedono attorno;
ragazze ci offrono da bere trattenendo passi di danza. Mono
canta ad occhi chiusi. Una tradizione secolare ci viene
donata cosi. Sono commosso. Ora Lamine prende il posto del
padre alla kora e trascina con se percussioni, canti e balli
di donne e uomini sempre più enfatici. Bevo del té alla
menta e mi diverto a tenere il ritmo seguendo Obai, uno
dei tanti bambini: battiti di mani e schioccare di dita,
e movimenti di danza. Il cortile vibra di ritmo. Tre generazioni
di Griots si mescolano. Ritmi, Canti, Danze, Coreografie.
Noi ci mescoliamo a loro. La luce fioca dell'unica lampadina
del cortile è un sole. Quindi tutto esplode. Saluti, ringraziamenti,
abbracci, mani che si stringono. Merci. A bientot. Obai
é al mio fianco e mi sorride con gli occhi.
Giorgio Miotto (ingegnere, 35 anni) Milano, agosto 2003.
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Giorgio nel villaggio dei pescatori a M'boro
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CONSAPEVOLI DI ESSERE ANDATI
VERSO L'ALTRO
Il mio viaggio da “turista responsabile” è cominciato da un piccolo
trafiletto pubblicato su Nigrizia di novembre 2002, (rivista mensile
dei Missionari Comboniani) intitolato “Natale a Pikine” che proponeva
“turismo alternativo” in Senegal con visita di piccole e significative
realtà economiche e associative locali. Mi è sembrata da subito
una proposta interessante per soddisfare la mia voglia di iniziare
a conoscere l’Africa, la sua gente, la sua cultura, i suoi stupendi
paesaggi, i suoi colori e sapori intensi.
E’ stato il mio primo viaggio “africano”; timori e paure che mi
hanno angosciato nei giorni prima della partenza sono svaniti
quasi subito. Il far parte di un gruppo di persone che condividono
la stessa voglia di conoscere, capire e vivere una realtà diversa
dalla nostra, mi ha aiutata nel predispormi in modo positivo e
costruttivo ad affrontare ogni situazione che il viaggio mi avrebbe
offerto. Sapevo che questo viaggio mi avrebbe dato la possibilità
di confrontarmi con altre realtà ed avere quindi la possibilità
di interagire, comunicare e stabilire rapporti con le persone
del luogo; non volevo fare semplicemente una vacanza da turista
dove il turista non è altro che il consumatore di un servizio
creato appositamente per garantirgli benessere, comfort e possibilità
di evadere dalla monotonia e dallo stress quotidiano e dove il
contatto con le comunità locali è quasi inesistente e spesso lo
splendido villaggio turistico diventa una sorta di mondo ideale
e tutto ciò che ne è al di fuori sembra persino non esistere.
Non volevo nemmeno essere trattata da turista, ma per far si che
questo accadesse è stato determinante il modo di pormi nei confronti
di chi ci ospitava dimostrando disponibilità di adattamento, di
condivisione e di rispetto delle diversità culturali.
La mia conoscenza della società civile senegalese era molto limitata
ed è per questo che si è rivelato importante l’aiuto di Alex che
in qualità di mediatore culturale e di facilitatore mi ha permesso
di capire un po’ meglio usi e costumi del suo popolo ed è stato
quindi per molti aspetti un punto di riferimento in quanto conoscitore
sia del nostro modo di vivere che del loro. Spesso con lui e con
gli altri componenti del gruppo (Paola e Massimiliano di Domodossola
e Elda e Franco di Imola) ci si interrogava e si cercava di capire
insieme comportamenti, usanze ed ogni situazione che attirava
la nostra attenzione perché inusuale rispetto alla nostra concezione
occidentale. Spesso ci siamo dati delle risposte mentre altre
volte ci è stato difficile capire fino in fondo. Il nostro volo
è arrivato a Dakar verso le 22,30 del 16 dicembre ’02 e da qui
è iniziata la nostra grande avventura. L’Africa ci ha accolto
in una bellissima sera stellata; la prima sensazione è stata quella
di una calura umida e subito dopo è arrivata la consapevolezza
di essere finalmente in Africa.
Per la prima volta (in aeroporto) ho provato la stessa sensazione
che sperimentano tanti africani quando arrivano in un paese Europeo:
il sentirsi scrutati e osservati per la loro diversità. Questa
volta tocca a noi!! L’impatto è stato forte e mi è servito un
po’ di tempo per riconoscere e riordinare le emozioni. Mi ha colpito
molto il movimento della gente, la loro presenza nelle strade
nonostante l’ora abbastanza tarda e lo svolgersi della vita come
se fosse giorno pieno. Per tutta la notte ho sentito un rumore….era
un rumore di vita che con il trascorrere dei giorni mi è diventato
famigliare.
Credevo di trovare un popolo inattivo e incapace di reagire alla
povertà e al disagio, ma mi sono trovata invece in mezzo a gente
attiva, impegnata che non aspetta l’aiuto di nessuno, ma che si
aggrega, si organizza e con i pochi mezzi che ha E cerca giorno
per giorno di migliorarsi.
Tutti fanno qualcosa; le donne vendono quel poco che possiedono,
i ragazzini lavorano il legno o fanno i sarti, i bambini giocano
a calcio con qualsiasi cosa assomigli ad un pallone e tutti si
allenano con la speranza nel cuore di poter diventare un giorno
un campione e magari giocare in una squadra Europea. Nelle campagne,
tra le immense distese di terra rossa e sabbia dove i baobab si
innalzano maestosi verso il cielo, si scorgono figure eleganti
e colorate che lavorano la terra o che ritte portano sulla testa
contenitori di acqua attinta dai pozzi e sulla schiena, avvolti
in teli colorati, accudiscono i loro bimbi.
Le donne con la loro bellezza, i corpi perfetti, il portamento
elegante, gli abiti coloratissimi, costituiscono un pilastro importante
della società civile; sono loro che portano avanti l’economia
famigliare, che si occupano dei figli, della casa e la loro forza
e determinazione la si può riconosce già nella loro gestualità.
Ovunque siamo stati accolti da schiere di bambini scalzi che ti
corrono incontro sorridenti e ti prendono per mano, ti toccano
la pelle, ti gridano “tubaab” (bianco). Sono veramente tanti,
tutti bellissimi con questi occhioni vivaci ed espressivi che
sanno regalare sorrisi dolcissimi. E’ sufficiente donare loro
una caramella o fotografarli mentre si accalcano uno sopra l’altro
mettendosi in posa, per renderli felici. E’ doloroso pensare che
la loro energia e il loro sorriso sono spesso spezzati dalle più
svariate malattie (la malaria è una delle principali cause di
morte) ed è altrettanto doloroso pensare che questi bambini per
l’impossibilità di acquistare banalissimi farmaci non hanno la
possibilità di crescere e di conoscere la loro Africa, il mondo
e la vita pur nelle difficoltà che quest’ultima ha riservato loro.
Lo stato fa ancora troppo poco per la sua gente ed allora ci si
organizza come si può e ci si aiuta a vicenda cercando di superare
insieme le difficoltà quotidiane. Abbiamo conosciuto l’associazione
“Jant-Bi” che in Wolof significa “Il sole”, nata a Pikine Est,
un comune nell’immediata periferia di Dakar che conta 60.000 persone
ammassate in una superficie molto limitata priva di rete fognaria
e di strutture elementari.
La povertà nelle campagne spinge la gente verso la città creando
fenomeni di disagio, disoccupazione e situazioni sociali particolarmente
gravi ed è appunto in questo contesto che alcune persone hanno
iniziato ad operare facendosi carico dei problemi riscontrati
all’interno del loro quartiere. Si occupano di migliorare l’assistenza
sanitaria, svolgono campagne di sensibilizzazione tra la popolazione
sui temi della droga per limitarne la diffusione, sull’informazione
sui rischi dell’AIDS e delle malattie sessualmente trasferibili,
contribuiscono alla crescita dei giovani offrendo loro attività
culturali (danza, musica, teatro) e ricreative (squadre di calcio
maschili e femminili), si impegnano nel cercare di limitare lo
sfruttamento dei minori effettuando censimenti dei bambini a rischio
(bambini mendicanti, bambini lavoratori e giovani prostitute)
e sensibilizzando i marabou (capi della religione mussulmana).
Con i membri dell’associazione si è creato subito un rapporto
di amicizia e di scambio reciproco molto profondo. Ci hanno illustrato
tutte le loro attività e sempre avevano poi l’esigenza di conoscere
il nostro parere. Ci chiedevano come si lavora in Italia nel campo
socio-educativo e sanitario e spiegandoci le loro iniziative volevano
suggerimenti e scambi di idee. Più volte ci è stato chiesto: “che
cosa vi aspettate da noi?” oppure “in Italia come viene affrontata
la lotta alla droga o all’aids?”. La loro voglia di crescita era
palpabile e il nostro arrivo poteva determinare un eventuale sostegno
ai loro progetti ma rappresentava soprattutto un modo immediato
per capire e applicare quanto possibile della nostra esperienza
europea alla loro esperienza africana.
I membri dell'associazione sono molto attivi e cercano di sensibilizzare
la gente del quartiere per le malattie, per il controllo delle
nascite, per mandare i bimbi a scuola, per l'alfabetizzazione
delle donne, organizzano operazioni di microcredito ecc.. Le riunioni
con loro avevano un'impostazione molto diversa dal nostro modo
di lavorare; tutto viene discusso con molta calma e ognuno ricopre
il suo ruolo senza invadere lo spazio dell'altro. E' stato molto
interessante.
Con loro abbiamo lavorato anche ad un progetto per fornire, inizialmente
ad un campione di 100 famiglie, altrettanti kits antimalaria composti
da una zanzariera imbevuta in un liquido apposito con medicinali
di prevenzione e cura per una stagione (la stagione delle piogge
dove il rischio malaria aumenta notevolmente). Si pensa così di
monitorare la situazione e pian piano allargare l'iniziativa.
Siamo stati anche alla scuola elementare che ospita 2000 bambini
a doppio turno; anche qui si lavora praticamente senza strumenti,
senza libri e magari solo con qualche quaderno ma comunque ci
si impegna a spiegare alle famiglie l’importanza di mandare i
bambini a scuola.
Ci siamo poi spostati a nord fino ai confini con la Mauritania
e successivamente più a sud ad Mbour sull’oceano dove ho potuto
godermi una spiaggia stupenda con tramonti spettacolari. E cosa
dire del cielo africano; terso di giorno e ricoperto da un manto
fittissimo di stelle nella notte. Anche la zanzariera sopra il
letto creava un'atmosfera fiabesca ma la cosa che mi ha colpita
di più è stata la voce dell'Africa; l'ho sentita subito e mi ha
tenuto compagnia ogni giorno e ogni notte. Non smetteva mai di
farsi sentire. Era una mescolanza di suoni, di versi di animali,
di movimento, di voci, di tamburi, di preghiere; era un rumore
incessante di vita ad ogni ora.
La gente che ho incontrato è stata molto accogliente e cordiale;
noi italiani quando vediamo “l'uomo nero” quasi scappiamo e mai
ci verrebbe spontaneo avvicinarci, salutare e porgere la mano.
Loro invece ci venivano vicino, ci chiedevano come va e ci stringevano
la mano, sempre.
Noi, facenti parte del mondo occidentale, evoluto e benestante,
abbiamo dovuto imparare da un popolo povero e sfruttato da secoli,
come si va verso l’altro…… Qui i mussulmani rappresentano il 98%
della popolazione ma vi è un rispetto ed un’integrazione religiosa
a tal punto che i mussulmani festeggiano con i cristiani le loro
feste ed i cristiani fanno altrettanto. Trovo che questa convivenza
pacifica e rispettosa si possa ritenere esemplare in un contesto
come il nostro dove l’estremismo religioso viene utilizzato come
arma di conflitto e di divisione tra i popoli.
Abbiamo ragionato e discusso anche sul concetto di gelosia partendo
dal fatto che la religione mussulmana permette all’uomo di avere
fino a quattro mogli e quindi, per forza di cose, concetti nostri
come il tradimento, la gelosia, l’abbandono, non possono essere
vissuti secondo la nostra concezione. Anche in questo caso è stato
difficile entrare in questa nuova dimensione ma è stato sicuramente
stimolante e motivo di apertura il cogliere sentimenti diversi
e diversi modi di gestione dei rapporti interpersonali.
La vita in Africa si svolge per strada e non all’interno delle
mura domestiche; si lavora, ci si incontra, si beve il the, sa
fa il bucato e si prega. E’ veramente un altro mondo! Diventa
difficile, una volta tornati alla nostra quotidianità, trasmettere
alle persone che ci stanno vicino le emozioni vissute in quei
luoghi, far conoscere i sapori, gli odori, descrivere i colori,
il calore e la vivacità della gente, la povertà, la dignità, le
contraddizioni evidentissime che nella città si possono incontrare
ad ogni angolo.
L’aver partecipato ed aver condiviso parte dellai giornata con
una famiglia o l’aver partecipato attivamente alle attività dell’associazione,
ci ha veramente dato la possibilità di viaggiare e soprattutto
di farlo consapevoli di essere andati verso l’altro e non soltanto
di aver preso un biglietto aereo con indicata una destinazione.
E' bellissimo conoscere e cercare di capire altre culture e altri
modi di concepire il mondo e la vita. Questa esperienza mi ha
dato la possibilità di mettermi in discussione e di comprendere
forse una delle “mille afriche” che rendono vivo questo grande
e magnifico continente nero e che sopravvivono nonostante le guerre,
le carestie, la povertà, la fame e lo sfruttamento continuo.
L’ultima immagine che ho nel cuore e che ha accompagnato il nostro
ritorno a casa è quella di uno splendido spicchio di luna con
una stella luminosissima a fianco e miliardi di piccole stelline
tutt’intorno. Mi piace pensare che ci stavano salutando e che
ora aspettano il nostro ritorno; forse sono le stesse che attendono
ancora oggi il Piccolo Principe e la sua rosa e che si nascondono
anche sopra il nostro cielo. Anche se da qui non possiamo ammirarle
in tutta la loro bellezza, possiamo comunque pensarle e ricordarci
così dell’Africa, del Senegal e di tutte le persone che abbiamo
incontrato e che ci hanno permesso di essere loro ospiti concedendoci
accoglienza e amicizia.
Carmela Bonomi (segretaria, 30 anni) Brescia, dicembre 2002.
in ordine da destra: Carmela, Mos, Elda, Franco, Paola, Max, Ona.
DIMMI COME VIAGGI E TI DIRO'
CHI SEI…
Spesso, quando si viaggia in Paesi esotici,ci si rinchiude in
splendidi villaggi turistici,dotati del massimo comfort, con scarsi
contatti con la gente del posto. Tutto ciò rispecchia il desiderio
di molti di “staccare la spina” dal tran-tran quotidiano,per rigenerarsi
in un paesaggio incantevole,ovviamente con tutti gli svaghi possibili
per non annoiarsi.
Per il mio primo viaggio in Africa ho scelto invece il Turismo
responsabile. Essere turisti responsabili significa essere consapevoli
che il turismo,principale attività economica del globo,ha effetti
spesso molto negativi su ambienti, culture, società, economie
nei Pesi di destinazione, soprattutto nel Sud del mondo.
In genere strutture turistiche sorgono senza nessun rispetto della
natura,con lo sfruttamento delle persone del posto, che sono sottopagate
e con una grave ripercussione sull’economia: nelle zone turistiche
i prezzi dei beni primari aumentano a dismisura e dissanguano
gli abitanti del luogo. Non crediate poi di favorire lo sviluppo
di quel Paese: i vostri soldi torneranno quasi tutti in Europa
o in Nord-America,nella sede dei tour operator. Durante la mia
vacanza in Senegal ho alloggiato in piccole strutture locali,foresterie,sedi
di associazioni o case di famiglie. Insieme ad Alex abbiamo conosciuto
associazioni che lavorano per il recupero di ragazzi drogati o
per i disabili. L’incontro più forte è stato con l’Associazione
JANT- BI che sorge nel quartiere più povero di Dakar per far fronte
ai problemi più urgenti: droga, malattie, analfabetismo, prevenzione
dell’AIDS e controllo delle nascite. Ciò che caratterizza JANT-BI
è il fatto di essere formata da volontari che vivono in quel quartiere
e propongono i loro progetti non quelli “importati” dall’esterno.
Questo viaggio mi ha permesso di conoscere una realtà molto diversa
dalla nostra: affascinante e bella per il calore, l’ospitalità,
l’essenzialità la calma delle persone che ho incontrato; strana
e misteriosa per certi aspetti della loro mentalità che faccio
fatica a comprendere.
Vedere con i miei occhi le condizioni della gente mi ha posto
ancora di più di fronte alle contraddizioni della nostra società:
a differenza dell’Africa abbiamo risolto il problema primario
della qualità della vita,ma abbiamo altre povertà: ansie, depressioni,
malattie mentali che in questi Paesi sono quasi inesistenti.
L’incontro e lo scambio reciproco tra le culture è utile per comprendersi,
sfatare pregiudizi e luoghi comuni ed imparare l’uno dall’altro
nuovi modi di vivere. Solo viaggiando in modo consapevole della
realtà che visitiamo è possibile trasformarsi da turisti in “ospiti”,
il viaggio diventa allora un’occasione per scoprire molti lati
di sé stessi, mettersi in discussione e crescere. Se è vero che
partire è sempre un po’ morire, ogni viaggio dovrebbe veramente
suscitare un cambiamento interiore,un’apertura verso nuovi orizzonti,
un nuovo modo di vedere il tran-tran quotidiano.
Paola Margaroli (studentessa psicologia, 24 anni) Domodossola,
dicembre 2002.
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