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PRESENTAZIONE
Il
percorso di Alex, "dal Senegal al Senegal"
Uno dei primi operatori e mediatori
culturali dell'associazione Chiama l'Africa è ora responsabile
del progetto Turismo Responsabile.
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Quando sono arrivato in
Italia la mia prima preoccupazione era il lavoro, poi col passare
del tempo, mi accorgevo che il solo lavoro non poteva bastarmi,
perché come essere umano avevo bisogno di avvicinarmi ad altri individui
e condividere con loro le mie aspirazioni, i miei pensieri e come
africano avevo il forte desiderio di far conoscere il mio continente,
che risultava molto diverso da quello che leggevo nei discorsi e
nelle parole della gente, da quello che vedevo in televisione e
sui giornali.
Ho iniziato così a collaborare con l’associazione
Chiama l’Africa “per una nuova solidarietà con i popoli africani”
questo era il loro slogan e mi calzava a pennello, “nuova solidarietà”
era la parola chiave. I componenti dell’Associazione erano persone
estremamente informate, progressiste, innovative, disponibili e
profondamente umane, pur restando in un ambito laico. Lo
scopo dell’associazione era ed è la diffusione in Italia di una
completa informazione e approfondita riflessione sul continente
africano, dalla quale emergano – oltre alle guerre, alle malattie
e al sottosviluppo – anche le sue ricchezze e le sue grandi potenzialità,
così fu ideato un modo per portare l’Africa nelle piazze, nelle
case, sui giornali e nelle aule del parlamento, attraverso iniziative
di senzibilizzazione.
Questa idea si concretizzò in una mostra interculturale
itinerante che consisteva in un viaggio metaforico e reale, alla
scoperta del continente africano. Altre finalità erano quelle di
sostenere progetti di sviluppo proposte da associazioni e ong africane
(e ce ne sono tante), in cui sia privilegiato il ruolo della società
civile locale. Ovviamente, fui molto felice di accettare la loro
proposta, quella di coordinare l’iniziativa.
In 15 mesi la mostra percorse un itinerario
di 70.000 Km., toccò 48 città e fu visitata da 1.300.000 persone,
564 associazioni e 74 enti locali sono stati coinvolti nell’organizzazione
dell’evento e parallelamente si sono svolti circa 90 dibattiti,
85 concerti e decine di altre manifestazioni (film, spettacoli teatrali,
danze, giochi, ecc…).
Ho conosciuto perciò nell’arco di circa 2
anni una galassia associazionistica, una immensa risorsa di umanità
portata verso un desiderio di conoscenza del continente. Come dare
un seguito a tutto questo? Una continuità logica, interessante,
questa volta meno indiretta?
Ho pensato allora di proporre a Chiama l’Africa
un progetto di turismo responsabile a cui lavoravo da tempo, iniziando
nel mio paese d’origine: il Senegal. L’idea era di una collaborazione
tra Chiama l’Africa e l’Associazione africana Jant-Bi. Infatti Jant-bi
è un’associazione socio-culturale e sportiva del quartiere in cui
sono cresciuto, un sobborgo periferico e affollatissimo di Dakar,
che conta circa 1.500.000 di abitanti.
Jant-Bi mi ha sempre entusiasmato, perché
ha sempre puntato sulla cultura e l’autenticità africana, sulla
piena accoglienza di tutti gli elementi sociali. Infatti essa conta
tra i propri volontari uomini e donne, musulmani e cristiani, appartenenti
alle differenti etnie e caste sociali, senza fare alcuna distinzione
di sorta. Jant-Bi è atipica, infatti non ha mai creduto nella sola
richiesta di fondi e finanziamenti dei propri progetti, perché non
si può sempre lavorare “solo sull’emergenza” ma richiede ai propri
partners e alle associazioni con cui collabora una nuova visione
culturale, in cui sia rivisto anche il proprio modello di cooperazione.
Infatti ogni nostro atto quotidiano, che sia
volto ad un maggior rispetto, ad una maggiore consapevolezza dei
bisogni e delle necessità altrui, può incidere “alla lunga” su cambiamenti
e reciprocità positive, più importanti addirittura di una consistente
e momentanea elargizione di denaro.
Per amor di coerenza Jant-Bi ha dovuto a volte,
anche scegliere di non lavorare con alcune ONG occidentali, le quali
arrivavano sul territorio esportando i “loro progetti” mettendo
in gioco finanziamenti, che riuscivano ad ottenere da organismi
europei o nazionali, in virtù della collaborazione con associazioni
socio-culturali africane come Jant-bi stessa, senza che queste venissero
interpellate o consultate in merito ai veri bisogni della popolazione
o alle necessità che la gente del luogo riteneva prioritarie.
Era per così dire, una collaborazione apparente
ma non di fatto, perché priva dell’essenziale coinvolgimento umano,
priva di un vero dialogo, innanzitutto paritario, priva di un incontro
profondo tra gli uomini di diversa cultura e perciò destinata a
non avere un seguito, una continuità.
Allo scopo di favorire questo dialogo, questo incontro, questa conoscenza
diretta del luogo attraverso la gente, la quotidianità, attraverso
lo scambio, il coinvolgimento, abbiamo portato vari gruppi di viaggiatori
in Senegal, dando vita ad un continuo interesse reciproco, che perdura
oltre il rientro dal viaggio e che crea una rete, forse piccola
ma attiva, che crede fortemente nel valore dell’esperienza di amicizia
che ha fatto e che vuole mantenere, coltivare, non solo usando la
“carta di credito”, ma usando tutte le proprie attitudini e talenti,
avendo “carta bianca” per poter esprimere il proprio bisogno di
dare, non inteso solo come esborso di denaro, ma come impegno nel
fare ciò che più si ama fare a favore di "chi ama l’Africa".
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